Addio Telecom Italia

Perdiamo inesorabilmente pezzi della nostra industria. Anche Telecom non sarà più italiana. E dire che la SIP era un fiore all’occhiello nostrano, le nostre telecomunicazioni statali funzionavano ed erano sane, poi si è deciso di privatizzare. I governanti di questo Paese, fautori del più sfrenato liberismo, decisero in quegli anni che il nostro patrimonio pubblico doveva diventare privato per rimpinguare le casse dello Stato. Così non è andata via solo la SIP, ma anche le poste, le ferrovie dello stato, l’Iri (ente che controllava le aziende statali ma che non aveva più motivo di esiste visto che era stata svuotata del suo potere) e la compagnia aerea di bandiera. Oggi ci ritroviamo una Telecom Italia indebitata fino al collo, con le azioni che in borsa valgono poco più di un euro. Mi chiedo: quale Stato permette che le proprie attività fondamentali e strategiche vadano in mano a privati e peggio ancora all’estero? Uno Stato che non riconosce più l’importanza di avere un settore pubblico controllato, perché in base alle leggi del libero mercato il nostro governo non interverrà mai per salvare un’azienda come questa. Ancora una volta si denota la distanza abissale tra noi e questi governanti, noi che sottolineiamo l’importanza di nazionalizzare le banche per controllarle e contrastare in questo modo la speculazione finanziaria, noi che vorremmo una moneta del popolo e non della BCE, noi che non avremmo mai fatto fuoriuscire dal patrimonio statale i servizi che demarcano la sovranità di uno Stato. Oggi dobbiamo prendere atto che quella sovranità è ancora più lontana.

Denis Scotti