Programma

ATTENZIONE!

Si è voluto pubblicare Il mai abrogato programma del 2006 (con alcune correzioni di anacronismi ed un paio di approfondimenti ) anche nall’Auspicio serva di falsariga per le Tesi del prossimo Congresso Nazionale.

A.C.

 “Il Movimento Sociale Fiamma Tricolore è un’organizzazione politica, ispirata a una concezione spirituale della vita, che ha il fine di garantire la dignità e gli interessi del popolo italiano, nella ininterrotta continuità storica delle sue tradizioni di civiltà e nella sua prospettiva di una più vasta missione occidentale, europea, mediterranea. Il MSFT si propone la realizzazione dello Stato Nazionale del Lavoro, per il raggiungimento – mediante l’alternativa corporativa – dei più vasti traguardi di giustizia sociale e di elevazione umana, nel rispetto della libertà per tutti e nell’armonia dell’ordine con la libertà.”

(Dal vigente statuto del MS – Fiamma Tricolore)

 

IDENTITÀ

Non e’ possibile un nazionalismo che sia preludio di resurrezione . .  non si ponga l’esigenza base di restaurare un ordine di valori irriducibili . . .per conferire a tali valori un primato ed una autorita’ diretta su tutto il resto.

Senza di cio’ non esiste gerarchia,e senza gerarchia il ritorno ad un tipo superiore, spiritualizzato di Stato non e’ possibile.”

Paul de Lagarde

 

Salvaguardia e rilancio della lingua, della cultura e dell’identità italiana

Il Movimento Sociale Fiamma Tricolore è il Partito degli Italiani e, come tale, ha il compito di difenderne il primato e salvaguardarne gli interessi, sul piano politico, economico e militare, promuovendo il futuro e la crescita della Nazione.

L’Identità Italiana va difesa in tutte le sue forme, nei suoi aspetti tradizionali e popolari, nelle sue specificità territoriali e nella memoria storica, anche con il recupero dei valori e del simbolismo nazionale.

Di fronte a chi pensa che l’Italia e l’Europa abbiano cessato di rappresentare un modello di Civiltà, di fronte a chi crede, in “un’ottica mondialista”, che la Nazione debba sparire … Noi rispondiamo con il rifiuto della società multiculturale, che azzera la varietà culturale e non esalta le tradizioni dei popoli.

Replichiamo con la lotta in nome dell’Identità Nazionale, perché una Nazione, privata della propria identità, è una Comunità di Popolo senza destino. Siamo per il rispetto, in Italia come altrove, del principio d’autodeterminazione e del principio secondo cui ogni Popolo deve disporre di un proprio territorio commisurato alle proprie esigenze demografiche (spazio vitale).

Politiche per la Famiglia e il consolidamento della Comunità nazionale

Sono necessarie ed urgenti politiche sociali di sostegno alla Famiglia, pietra angolare della società, centro nevralgico del consolidamento e del potenziamento della Comunità di Popolo.

La costituzione di una Famiglia è essenziale atto per lo sviluppo e l’ascesa della Nazione e del suo benessere economico, sociale e culturale. Di conseguenza, la Famiglia va difesa e salvaguardata per una sana politica demografica; la Famiglia e lo Stato insieme sono votati alla tutela ed alla protezione dell’infanzia e della giovinezza.

Deve essere sostenuta e difesa sotto ogni aspetto la Famiglia naturale.

2 . Contro il preoccupante calo delle nascite, contro la crescente disgregazione familiare e sociale, devono essere attuate politiche di difesa, di incentivo e di sostegno della Famiglia naturale e tradizionale.

 

Deve essere rivisto l’attuale diritto di famiglia, con la restaurazione della centralità del

Pater Familias, fulcro e motore dell’ordine sociale tradizionale, sottraendo invece agli apparati di “matrice bolscevica” l’autorità sui minori, quando ciò non sia giustificato da evidente carenza della funzione genitoriale.

Vanno tutelate le fasce più deboli, dai bambini agli anziani: questi ultimi, una volta ritenuti emblema di saggezza e riferimento per l’intera società, oggi, in pieno “clima di furore consumista”, sono relegati, in quanto irrilevanti produttori – consumatori, ai margini della vita sociale. Noi vogliamo che agli anziani sia riconosciuto il ruolo tradizionale che le grandi Civiltà ad essi hanno sempre accordato e il dovuto rispetto per chi ha fattivamente costruito il presente e posto le basi del futuro.

Nel contesto della tutela della Famiglia, si inserisce anche il problema della casa che deve essere un diritto minimale di proprietà di ciascun nucleo familiare; come tale, devono essere attuate politiche che assicurino, soprattutto per le giovani coppie, l’acquisizione di un’abitazione. Ogni forma di tassazione sulla prima casa, successiva all’acquisto e che non sia commisurata ad un’eventuale erogazione diservizi, deve essere eliminata, mentre è giusto introdurre una tassazione d’incidenza crescente all’aumentare del numero degli immobili di una medesima proprietà.

Una politica nazionalpopolare per la casa dovrebbe prevedere:

blocco delle vendite degli immobili degli enti pubblici e dei relativi sfratti se non dovuti a morosità;

preferenza nazionale nell’assegnazione delle abitazioni di proprietà pubblica;

immediata assegnazione degli immobili di proprieta’ pubblica in disuso da oltre 24 mesi;

canone sociale che non superi un quinto del reddito del nucleo familiare.

 

SOVRANITÀ: L’ITALIA IN

EUROPA E NEL MONDO

Interesse nazionale e politica estera

Uno Stato sovrano deve necessariamente avere una politica estera propria, che sia prodotto della sua naturale proiezione geopolitica. Su questa base, su queste inalienabili fondamenta, l’Italia e l’Europa devono recuperare la sovranità politica, divenendo soggetto e non più oggetto delle politiche altrui; di conseguenza occorre affrancarsi dal giogo atlantico e dalla condizione di vassallaggio alla talassocrazia statunitense, uscendo dalla NATO e perseguendo una politica volta a salvaguardare gli interessi e lo spazio vitale ed organico del Vecchio Continente. Questo ,ha soprattutto nel Mediterraneoil suo baricentro tradizionale e di proiezione, pertanto, perseguendo rapporti d’amicizia e cooperazione con i Paesi che vi si affacciano e con quelli del Medio Oriente (tanto più che l’Italia rappresenta un ponte tra diverse civiltà), è giusto che l’Europa recuperi quel ruolo che è stato nostro per venticinque secoli. Solamente affrancandosi dallo stato di vassallaggio rispetto agli interessi imperialistici degli Stati Uniti d’America, l’Italia e l’Europa tutta, potranno riappropriarsi della vitale indipendenza politica, economica e militare, realizzando quindi un’Europa forte, ed indipendente, l’esatto contrario, quindi, dell’Unione Europea dei mercanti e delle banche di Maastricht e Bruxelles.

Uscendo dalla NATO potranno così evitarsi inutili e dispendiose avventure belliche che provocano esclusivamente ritorsioni sul piano diplomatico, economico e sociale.

L’Italia deve affrontare e risolvere la questione del suo “confine orientale”; buoni rapporti di vicinato con i Paesi confinanti non possono ,infatti,prescindere dalla restituzione o dal congruo indennizzo dei beni cosiddetti “abbandonati” dagli Italiani all’epoca del forzato esodo dalla ex Jugoslavia .

Un’Europa dei Popoli

Rifiutiamo l’Unione Europea nata a Maastricht, creata artificialmente al di sopra e al di fuori della volontà popolare e governata dalle Commissioni e dai vertici della BCE, non eletti né scelti da nessuno se non dalle “centrali della super – finanza”, che operano “lobbysticamente” sui governi dei singoli Stati componenti. Contestiamo, come diretta conseguenza, la Costituzione Europea imposta ai popoli di tutta l’Unione, documento di chiara ispirazione antipopolare lontano anni luce dai millenari Valori della Civiltà Europea, di radice greco – romano – germanica sulle cui radici si sono innestate la tradizione e la sensibilità del cristianesimo che, pur nella nostra visione assolutamente laica della politica, rispettiamo e accogliamo come tratto comune a grande parte delle nostre genti, cultura e religione che hanno influenzato e plasmato Popoli e culture d’Europa per secoli.

La Costituzione Europea così come disegnata dall’assemblea presieduta da Giscard d’Estaing è morta; è stata seppellita dagli esiti referendari di quei Popoli d’Europa che hanno avuto in proposito la possibilità di pronunciarsi. Non vogliamo un’Europa allargata a Paesi che, per tradizioni, geografia, storia, cultura e religione, non hanno nulla a che vedere con il Vecchio Continente, in particolar modo, per quanto in discussione attualmente, Turchia e Israele. Vogliamo sì un’Europa allargata, ma alla Russia, così da poter completare quella Confederazione di Stati che vuole il “Nostro Continente” naturalmente estendersi fino agli Urali. Sogniamo e lavoriamo per pervenire alla realizzazione di una Comunità di Popoli d’Europa, istituita come Federazione di tutte le Nazioni; perché come la Nazione è la risultante di milioni di famiglie che hanno una fisionomia propria anche se possiedono il comune denominatore nazionale, così nella Comunità Europea ogni Nazione ha il diritto/dovere di esercitare i poteri di autodeterminazione che Le derivano dall’essere un’entità ben definita.

Politica della difesa nazionale e contrasto delle politiche dell’immigrazione

La difesa dell’identità nazionale non può prescindere dalla lotta all’immigrazione incontrollata, fattore disgregativo dell’identità, spesso veicolo d’alimento e diffusione della criminalità (cosa che trova conferma incontestabilmente, ad oggi, nelle statistiche della popolazione carceraria).

Difatti l‘immigrazione produce:

a) sradicamento e perdita d’identità in chi emigra;

b) sfruttamento dell’immigrato e concorrenza sleale nel “mercato interno del lavoro” con conseguente frizione sociale;

c) incremento delle attività illecite a livello nazionale ed internazionale, arricchimento dei mercanti di “schiavi” e di quanti sfruttano il fenomeno a loro vantaggio nei Paesi d’emigrazione come in quelli d’arrivo.

E’ necessario ed urgente un blocco dell’immigrazione: l’Italia non ha bisogno di altri lavoratori da sfruttare; l’Italia paga un costo elevatissimo, anche in termini di “frizione socioeconomica”, non proporzionato ai “benefici” che l’immigrazione porta con se per il cosiddetto “mercato del lavoro”; vogliamo l’espulsione immediata dei clandestini e dei regolarizzati che si macchino di qualsiasi tipo di reato; va contemplato anche un graduale ritorno nei Paesi d’origine dei cittadini extrafuropei coadiuvato da interventi volti realmente a portare l’autosufficienza economica ed alimentare nei Paesi del cosiddetto “mondo in via di sviluppo”.

L’apertura indiscriminata delle frontiere e l’ammissione massiccia delle popolazioni allogene, rispondono a delle logiche differenti, la prima più economica, la seconda più ideologica. In realtà le logiche concorrono allo stesso fine: lo sfruttamento economico, lo stato di soggezione psicologica ed economica e, infine, la l’annientamento dell’identita’ etnico-culturale delle nostre Genti.

Favorire o addirittura promuovere tali processi costituisce quindi-per noi – un grave quanto abbietto tradimento!

Tradimento verso i Padri che ci lasciarono in consegna una Patria da accrescere e non da consegnare senza lotta ai primi venuti; tradimento verso le generazioni future delle quali si compromettono irreversibilmente i diritti!

Infine, la presenza sul territorio italiano di etnie sempre più numerose, che spesso privilegiano la loro appartenenza comunitaria ed identitaria rispetto alla loro assimilazione al modello di vita italiano, pone un problema di “convivenza civile”, che può evolvere in “scontro sociale”. Mescolando uomini e donne d’origini etniche, religiose, in una parola, culturali diverse, gli stessi immigrati si trovano sradicati dalle loro tradizioni, così come gli Italiani, nei quartieri con elevate percentuali di presenze degli immigrati, si sentono “stranieri a casa loro”.

La Fiamma Tricolore, quindi, è fermamente decisa a modificare le leggi vigenti in forma tale da:

porre fine ad ogni tipo d’immigrazione extracomunitaria, tanto più che il cosiddetto “mercato del lavoro” in Italia spesso recepisce il lavoratore immigrato come lavoratore da sfruttare e limita, quando non rifiuta, il lavoratore italiano;

– porre fine al ricongiungimento familiare che oltre ad allargare a dismisura gli oneri per l’Erario ,soprattutto (ma non solo), Sanita’,Istruzione e Sicurezza, snatura il senso della presenza sul nostro territorio-che deve essere temporanea e non reiterabile – del lavoratore straniero

ricondurre il diritto d’asilo politico al suo significato originario;

 

smantellare i ghetti etnici, sorti in alcune città grazie agli speculatori dell’affitto irregolare o favoriti dall’occupazione di spazi pubblici e non solo, in degrado ed abbandono;

– stabilire trattati internazionali che sanciscano lo sconto delle pene dei reati nel Paese d’origine degli immigrati condannati;

controllare le attività politiche delle associazioni straniere;

assicurare la priorità nell’occupazione agli italiani, sancendo la regola che chi offre lavoro a stranieri deve dimostrare che alle stesse condizioni – allineate alle retribuzioni e agli orari nazionali – non ha trovato mano d’opera connazionale presso gli uffici di collocamento in un ragionevole intervallo di tempo;

assicurare la priorità d‘accesso all’istruzione, alle prestazioni sanitarie e ai benefici sociali agli Italiani;

– assicurare la priorità d’accesso agli alloggi popolari alle Famiglie italiane;

 

 

Recupero della sovranità economica

 

Anche il blocco di alcune tariffe pubbliche, degli affitti (per gli immobili di “dimensioni e vore popolalare”) e dei prezzi di alcuni beni sono misure che lo Stato dovrebbe prendere a fronte della difficoltà di molte famiglie, almeno riconoscendo “sgravi” a fasce sociali di reddito.

Vogliamo privilegiare la produttività nazionale contro le Imprese Multinazionali, latrici di un preciso “messaggio mondialista”, volto al saccheggio delle risorse nazionali in favore del sistema bancario internazionale e orientato allo smantellamento dello Stato Sociale.

Contro la prospettiva di un’Europa invasa dai prodotti extraeuropei, chiediamo: di proteggere con dazi e barriere doganali il prodotto europeo ed italiano dalla sleale e antisociale concorrenza extraeuropea; incentivare la produzione italiana e l’autosufficienza energetica ed alimentare, vere spine dorsali dell’economia reale quanto dell’indipendenza nazionale.

Rifiutiamo e lottiamo contro le privatizzazioni, che smantellano il patrimonio produttivo nazionale, svendendolo a prezzi di favore al capitale privato anonimo e cosmopolita; sosteniamo l’inderogabile necessità della nazionalizzazione delle “industrie – chiave” nei settori considerati strategici (energia, dalle fonti alternative al nucleare, telecomunicazioni, trasporti, etc.) e, conseguentemente, sosteniamo la necessità del protezionismo per questi settori.

In tema di politiche fiscali, il MS – Fiamma Tricolore auspica un sistema che prelevi in misura proporzionalmente maggiore in base “al patrimonio e alle rendite finanziarie” e quindi, riducendo progressivamente in base alla loro entità la tassazione dei redditi, imponga imposte patrimoniali. Non solo, la tassazione dei redditi deve avvenire al netto delle spese di gestione familiare, solo il reddito netto deve essere base imponibile: la documentazione delle “spese di gestione familiare” (almeno per una serie di beni predeterminati) ridurrebbe l’evasione fiscale e, insieme all’aumentata possibilità di consumo, produrrebbe maggior gettito per lo Stato (IVA) e maggior produzione di beni, e così via. Ovviamente anche la progressione nel livello di tassazione del “reddito netto” deve aumentare all’aumento dello stesso con fasce che, diversamente dalle attuali, assorbano proporzionalmente assai di più da chi ha di più.

Dall’IVA devono essere esonerati alcuni generi d’importanza sociale: farmaci salvavita, prodotti per i meno abili, libri scolastici. Gravati di una IVA minore (non oltre il 5%) dovrebbero essere i libri e gli strumenti per l’istruzione superiore e universitaria, per la preparazione, l’aggiornamento e l’adeguamento strumentale professionale; di un’IVA minore (non oltre l’8%), dovrebbero essere gravati i servizi sociali e i beni di consumo intellettuale/culturale (libri, dischi, visite museali, teatri, cinema, spettacoli, viaggi). Di un’IVA maggiore (dal 25% al 35%) dovrebbero essere invece gravati beni e servizi di lusso.

L o t t a a l s i s t e m a b a n c a r i o transnazionale / globale

Lotta serrata al sistema usuraio delle Banche Centrali che devono ritornare necessariamente sotto stretto controllo pubblico, senza alcun tipo di partecipazione privata. La Banca Centrale, necessariamente di proprietà dello Stato, deve emettere moneta in base alle reali esigenze dell’economia interna, accreditando l’intera massa monetaria in emissione ai cittadini; così si elimina alla fonte la vera causa del debito pubblico. Non vi potrà mai essere libertà economica fino a quando i Popoli e gli Stati non si riapproprieranno dell’emissione del denaro. Questo passaggio rimane essenziale per trasformare i Popoli da schiavi della grande usura a Popoli liberi.

Questo consentirebbe altresì di dare il via a grandi opere pubbliche, necessarie all’adeguamento funzionale del territorio, al riequilibrio ambientale e anche all’assorbimento della disoccupazione. L’instaurazione della proprietà popolare della moneta è fondata sui seguenti principi:

a) La Sovranità monetaria spetta allo Stato e la proprietà della moneta al Popolo.

b) Lo Stato deve trattenere all’origine, all’atto dell’emissione, quanto necessario per esigenze fiscali e di pubblica utilità.

c) Ad ogni cittadino va attribuito il reddito monetario di cittadinanza a norma del 2° comma dell’art. 42 della Costituzione che sancisce l’accesso alla proprietà per tutti.

d) Per risarcire gli ingenti danni causati dal regime usurocratico ed evitarne altri, occorre costituire, con urgenza, il Ministero per il risarcimento danni da usura (analogo al Ministero per il risarcimento danni di guerra) ed il Tribunale dell’usura (analogo al Tribunale del Lavoro).

La moneta va concepita come strumento di diritto sociale, in una democrazia integrale in cui il Popolo non ha solo la sovranità politica, ma anche quella monetaria.

SOCIALITÀ E SOLIDARIETÀ NAZIONALE

Lo Stato Nazionale del Lavoro nello Stato Organico

La nostra visione dello stato è organica e pertanto, come negli organismi l’armonia delle funzioni presiede allo sviluppo e al benessere del tutto, così ai doveri verso la Comunità nazionale corrispondono i diritti; è innaturale, e quindi destinato alla sconfitta, qualsiasi sistema che pretenda di perpetuarsi senza la reciprocità di doveri e diritti, senza un giusto riconoscimento meritocratico.

 

I sistemi tradizionali tennero a freno l’economia (con la sua base utilitaristica) in nome di concezioni superiori, metafisiche.

Divenuto il lucro fine della società moderna e la macchina produttrice – ma non creatrice – di lavoro, l’operatore economico (che nelle società tradizionali aveva funzione utile – sopperendo ai bisogni materiali -, ma comunque funzionale all’etica della comunità) e la sua scienza (l’economia) hanno via via preso il sopravvento sulla politica.

Il capitalismo e quindi la finanza hanno poi preso le redini anche dell’economia; gli uomini sono stati artificialmente inquadrati in lavoratori e datori di lavoro, privandoli di ogni personalità e rinchiudendoli nella “gabbia” della loro categoria economica . Non

più l’uomo creatore del lavoro, ma “strumento vivente”, prestatore d’opera per la realizzazione di un prodotto e dell’indotta ricchezza. La “demonia dell’economia”, che permea ed innerva le “democrazie liberal – capitaliste” e ha dominato le società del cosiddetto “socialismo realizzato” (o ancora prospera nei Paesi come la Cina che hanno realizzato la più logica e reale delle sintesi tra capitalismo e comunismo), ha trovato, per una breve parentesi storica, e trova ancora, una sola alternativa: il corporativismo e la sua sintesi: la socializzazione. Questi elevano il significato del lavoro dalla generalizzata ed erronea percezione di “schiavitù materiale dell’uomo” attribuendo ad esso il valore spirituale di attività svolta per i fini superiori della comunità organica nazionale .

Noi intendiamo la Nazione non come l’agglomerato d’individui o gruppi o popoli che in un determinato momento della storia insistono su un territorio, ma come la realtà unitaria e metafisica (prima che biologica) di un Popolo (Comunità Nazione);

ne consegue che è un’unità etica, politica ed economica, per la quale il lavoro ha la dignità di funzione sociale .

Lo Stato, che noi perseguiamo, tutela e incoraggia il lavoro e l’impresa – anche quella privata – perché contribuiscono alla produzione nazionale e quindi alla potenza della Nazione, acciocché possa perseguire fini superiori che sono extraeconomici: la libertà di realizzare se stessa elevando il livello spirituale e fisico dei suoi cittadini.

Il profitto che deriva dal lavoro e dall’impresa non è finalizzato all’accumulo del capitale, ma è premio e incentivo, tanto per il lavoratore che per l’imprenditore, sono mezzi e non fini dell’attività dell’uomo. La vittoria è quella sociale della comunità, il suo benessere e il suo sviluppo: al fine materiale sostituiamo quello metafisico; alla vittoria del banchiere (l’accumulo del capitale) la vittoria del soldato (che non è il soldo), o se volete dell’artista, dell’atleta olimpico (ovviamente intendendo queste figure in senso non commerciale), la vittoria del tipo d’uomo politico, in generale del “tipo d’uomo”, che auspichiamo.

In un tale sistema, per tali valori e fini, per la dignità di funzione sociale e nazionale che ha il lavoro e l’impresa, problemi quali la disoccupazione, il conflitto sociale e la precarietà esistenziale sono impensabili.

Chi ha gridato e ancora va fiero della “vittoria”, questa sì veramente anti – europea, che spazzo’ via l’ordinamento corporativo e la prima realizzata socializzazione dell’impresa con la fine del secondo conflitto mondiale, lungi che dal “liberare i lavoratori”, può solo essere fiero di aver definitivamente liberato l’alta finanza apatride, togliendo ai lavoratori la prospettiva della partecipazione alle sorti dell’impresa, rimettendo al comando il capitale anonimo .

 

La disoccupazione è emblematica del fallimento delle politiche socioeconomiche adottate dai governi negli ultimi anni; unitamente al libero – scambismo (che ha generalizzato progressivamente a tutti i settori dell’economia la concorrenza selvaggia e senza freni) è all’origine della scomparsa di interi settori produttivi della nostra agricoltura, della nostra industria e delle nostre attività di servizi.

Il mancato adattamento della formazione professionale alle esigenze delle imprese (numerosi datori di lavoro lamentano l’impossibilità di trovare personale qualificato); l’esorbitante pressione fiscale (eliminare l’IRAP che punisce le aziende che fanno ricorso al credito oneroso); più in generale, il peso dei prelievi obbligatori (vera piaga della nostra economia) scoraggiano l’iniziativa imprenditoriale. Questi sono gli ulteriori fattori che deprimono la richiesta di mano d’opera.

Una farraginosa burocrazia (e spesso il ricatto d’alcuni politici), domina la nostra società e la nostra economia, generando un “fuggi – fuggi” delle imprese; anche questi fattori, spesso e volentieri, “spingono” a delocalizzare le attività, dunque a distruggere le opportunità di lavoro in Patria (territorio d’origine degli investimenti, in alcuni casi realizzati anche con il contributo pubblico), per creare altre unità locali dell’impresa all’estero, a danno dell’economia e del lavoro nazionali.

La disoccupazione ,oggi al primo posto tra i problemi sociaIli, e’anche un macroscopico un “fattore di disordine” che in tutte le società, oggi come ieri, perturba l’economia. Oltre alle cause politiche di cui si è brevemente detto, la disoccupazione ha delle cause strutturali, indotte da una perversione profonda dell’economia di mercato. Di quale perversione si tratta? Della deriva verso la “finanziarizzazione” dell’economia. I “presidi oligarchici” di certo potere politico ed economico si disinteressano del mondo della produzione e del lavoro.

Invece che perseguire la creazione di beni e di servizi e quindi incoraggiare l’economia reale, preferiscono “favorire il virtuale”: i “prodotti derivati” dei valori finanziari, per esempio, che non sottendono alcun attivo reale, ma attivi “volatili” ed inverificabili, spesso negoziati, convertiti, ceduti ancor prima di aver avuto una contropartita effettiva.

I “grandi sacerdoti” dei tempi moderni, i manovratori finanziari dei destini di una comunità nazionale, hanno il loro tempio nella Borsa, la cui finalità iniziale, l’apporto di liquidità ad imprese sane o la regolamentazione del mercato dei capitali, sparisce, sostituita dalla speculazione senza remore. Si costituiscono così gigantesche e malsane accumulazioni di capitali; il fenomeno è accelerato dalla corsa alle “fusioni – acquisizioni”: le conseguenze sono inevitabilmente riscontrabili sul piano sociale, poiché la sola “variabile d’adeguamento” è il lavoro.

Mondializzazione e profitto uniscono così i loro effetti devastanti. Il capitalismo sta alla proprietà come Caino ad Abele.

Ne consegue che in un tale contesto, con la finanza che domina l’economia (questa ultima, purtroppo già imponeva le regole alla politica), il lavoro, solo creatore di valore aggiunto e quindi di ricchezza, non rappresenta più il motore essenziale dell’attività economica e di conseguenza si riduce l’occupazione. Una politica per l’occupazione non può comunque trovare attuazione prescindendo dalle altre politiche: per la demografia, la famiglia, l’istruzione, le risorse, la programmazione economica. La piena occupazione può essere perseguita e conseguita attraverso la protezione del mercato nazionale dal liberismo che invece, tramite una macchinosa burocrazia improntata a scoraggiare la nascita e lo sviluppo delle piccole e medie imprese, favorisce esclusivamente le grandi imprese Multinazionali.

Attraverso una mirata politica di formazione e educazione professionale dei lavoratori; con l’ausilio pragmatico alla formazione professionale e l’avvio all’attività di lavoro (e ricordiamo, in proposito, quella che è stata la nostra primigenia proposta d’introduzione del salario d’inserimento sociale al compimento della maggiore età, da corrispondere a fronte dello svolgimento d’attività d’interesse pubblico oppure d’apprendistato professionale); con la salvaguardia della specificità di particolari mestieri e professioni; infine con la preferenza nazionale nelle liste di collocamento e il giusto riconoscimento salariale, si rilancia un’economia produttiva slegata dagli interessi finanziario – speculativi delle Multinazionali, si abbatte la piaga sociale della disoccupazione e si restaura il profondo senso del Lavoro dovere – diritto sociale del cittadino.

L’imperativo è di fare del Lavoro il soggetto dell’economia e la base intangibile dello Stato, trasformandolo da “strumento del capitale” a “soggetto strumentalizzante” il capitale stesso, perché tra capitale e lavoro non deve necessariamente esserci scontro bensì, essi devono incontrarsi in una suprema sintesi volta all’accrescimento ed al potenziamento della Nazione. Le forze lavoro devono necessariamente, in attuazione dell’art. 46 della Costituzione italiana vigente , entrare nel vivo del meccanismo produttivo e partecipare direttamente alla vita della grande impresa attraverso i propri rappresentanti. In questo modo si combattono e si superano contemporaneamente sia le insufficienze e gli egoismi del liberismo esasperato, quanto la visione sorpassata e burocratizzata del livellamento verso il basso cui tendono i sindacati e le forze “progressiste”.

Vogliamo politiche sociali improntate al rilancio dell’occupazione, che può repentinamente prendere slancio attraverso la pianificazione di grandi opere pubbliche, utili e non assurdamente demagogiche o antipopolari, necessarie al prestigio della Nazione e funzionali agli interessi della Comunità di Popolo. E dunque: le infrastrutture ferroviarie; l’adeguamento dei porti e degli aeroporti e relativa interconnessione; l’edilizia pubblica popolare; la “portualità minore” o turistica; il riordino, la riqualificazione e la manutenzione del territorio, dei bacini idrografici e della montagna; la rete di distribuzione idrica; l’adeguamento della rete stradale (e non solo e come sempre investimenti per la rete a pagamento); la strutturazione di una vera industria per il recupero e il riciclaggio dei materiali; il rilancio della ricerca e la produzione d’energia (anche di quella “alternativa”: si pensi ad esempio alle grandi possibilità che offre nel nostro Paese la geotermia, la solare, le biomasse); il cablaggio ottico (fin qui appaltato solo ai privati); le strutture adeguate all’immenso patrimonio storico – artistico-museale; etc.

Vogliamo che ile retribuzioni siano commisurati al costo della vita attraverso meccanismi automatici di protezione sociale; è impensabile che, all’alba del Terzo Millennio, in uno degli “otto più sviluppati paesi del Mondo”, ci siano famiglie che vedono drasticamente contrarre i loro consumi, addirittura alimentari, nell’ultima decade del mese, come purtroppo incontrovertibili dati Istat dimostrano!

Proponiamo la riduzione dei contributi previdenziali (da parte delle imprese) e soprattutto l’eliminazione dei contratti di formazione e il rafforzamento del periodo d’apprendistato professionale (3 anni, come l’attuale tempo previsto per la cosiddetta laurea breve), in grande parte finanziato pubblicamente attraverso il “salario d’ingresso”, attribuendo all’impresa il solo carico di “premi di produzione”; il buon esito dell’apprendistato è la “logica” – insieme al divieto di avviare un altro apprendista per analoga mansione – che determina l’assunzione definitiva del lavoratore. È la meritocrazia che deve attribuire valore e costanza d’impiego all’attività dell’uomo.

Siamo contrari al lavoro interinale e a tempo parziale (che non sia svolto solo per particolari esigenze, ad esempio l’assistenza familiare) e, in generale, a tutte le forme di lavoro “non” a tempo indeterminato che rendono impossibile il solo “progettare il proprio futuro”, e fanno dell’uomo e della sua attività un prodotto “usa e getta”.

Innanzi ad un sistema liberal – capitalista e ad un’errata mentalità imprenditoriale (funzionali entrambi ad un implicito messaggio politico mondialista che non apporta nessun beneficio sul piano dell’occupazione né su quello dell’arricchimento della Nazione), nonché a fronte di un’organizzazione sindacale operante

come “struttura collaborazionista del capitale” (che lascia allo sbaraglio milioni di lavoratori sospinti ad innescare sterili conflittualità interne al mondo produttivo, al solo fine del rivendicazionismo contrattuale e salariale); affermiamo, ancora una volta, che, il rapporto tra capitale e lavoro deve sfociare in una suprema sintesi benefica per la realizzazione dello Stato sociale e l’arricchimento della Comunità di Popolo. Occorre dunque rilanciare un sistema alternativo ai processi produttivi ed occupazionali imposti dalla globalizzazione e funzionali ad essa, iniziando da politiche sociali e di pianificazione da parte dello Stato. Conseguire l’indipendenza economica della Nazione è condizione di garanzia della sua libertà politica nel Mondo. Devono finire i tempi in cui i “grandi gruppi”, sostenuti dallo Stato con i soldi dei cittadini, privatizzano gli utili e socializzano le perdite; devono finire i tempi in cui le giuste rivendicazioni dei lavoratori, afflitti dal “caro vita”, aggravato dall’avvento dell’euro, vengono ingabbiate all’interno di strutture sindacali al soldo del potere; deve finire, soprattutto, la logica nefasta che produce un’economia virtuale sempre più slegata dall’economia reale e dalle naturali esigenze della Comunità Nazionale. La risposta a queste irrisolte problematiche non può che derivare dall’attuazione del già citato articolo 46 della Costituzione.

Investire il lavoratore – produttore della cogestione e della partecipazione agli utili dell’azienda significa renderlo parte interattiva dell’organismo della Comunità Nazionale. Collaborazione e non lotta di classe: il Lavoratore deve essere parte integrante dell’impresa, del prodotto, dell’utile; deve essere creato un modo di produrre nuovo, dove Stato, Impresa, Lavoratore, Nazione, sono un “tuttuno” e lavorano per il reciproco bene. L’obiettivo è che tutti gli sforzi siano convogliati e finalizzati ad un bene supremo: il bene della Comunità di Popolo.

Una nuova mentalità dovrà spingere le organizzazioni di rappresentanza delle – categorie coinvolte nel processo produttivo (finirà così il loro, fin qui unico, interesse, centrato sulla “equa” distribuzione del reddito) ad operare affinché la produzione, cardine dell’economia, migliori: è impossibile migliorare retribuzioni e redditi se non aumenta il rendimento di qualsiasi produzione dell’attività di lavoro, pubblica o privata che essa sia. Un nuovo modo di pensare e quindi di operare dovrà caratterizzare i politici alla guida dello Stato, e questo deve necessariamente assumere la gestione diretta delle aziende che operano in quei settori essenziali per l’indipendenza economica e politica della Nazione, nonché delle imprese fornitrici di materie prime o di energia o, più in generale, di quei servizi indispensabili al regolare svolgimento della vita economica del Paese.

Di fronte ad uno Stato ormai dominato dagli interessi del “grande capitale”, ove gli utili finanziari dominano e sono unica fonte di potere, a tal punto che condizionano le scelte dello Stato e ingeriscono nelle politiche interne ed internazionali; di fronte alla finanza transnazionale e alle Multinazionali “impersonali”, baluardi dello sfruttamento di pochi uomini sugli uomini, si impone un’armoniosa riorganizzazione programmatica e pianificatrice dello sviluppo economico – sociale, culturale, educativo, morale della Nazione.

Per questo il MS Fiamma Tricolore percepisce come un pericolo per la Libertà ed il futuro del nostro Popolo le grandi concentrazioni di capitale, la finanza multinazionale e apatride!

Per questo il MS Fiamma Tricolore è, secondo l’ordinamento della Carta del Lavoro (1927) e quanto ispirato all’insuperato modello romano , con i lavoratori, per lo Stato Nazionale del Lavoro!

Riforma delle Istituzioni e degli Enti Locali (e relativi sistemi elettorali)

In ordine alle riforme istituzionali oggi “sul tappeto” il MS Fiamma Tricolore esprime le proprie riserve quanto all’ulteriore decentramento alle Regioni di talune funzioni attualmente attribuite allo Stato (“devoluzione”), tanto più alla luce dell’esperienza negativa che ha visto, con l’attribuzione di nuovi poteri agli Enti Locali, il proliferare del clientelismo, degli incarichi retribuiti ad una pletora di collaboratori ed indefiniti amministratori, in sostanza un vergognoso moltiplicarsi di prebende e sprechi. Sanità ed istruzione devono essere amministrate dallo Stato con criteri d’interesse pubblico, nessuna comunità nazionale che voglia dirsi “civile” può (nel terzo millennio!) prescindere da determinate garanzie sociali, che non possono essere amministrate con criteri aziendali e di mercato.

Le Regioni, come enti amministrativi intermedi e la cui legislazione spesso collie con quella dello Stato e degli Enti Locali (comunali e provinciali), vanno profondamente riformate e limitate nelle loro competenze, se non addirittura eliminate.

La Fiamma Tricolore, a fronte di “pseudo-riforme” che non intaccano il cosiddetto e consolidato sistema partitocratrico della rappresentanza, propone una radicale alternativa. Affiancare ad un sistema monocamerale degli eletti in rappresentanza dei partiti politici, la Camera dei rappresentanti delle categorie produttrici. Attraverso un sistema duplice di voto,come oggi avviene per Camera e Senato. Si concreterebbe così quanto l’art. 1 dello Statuto del MSI, e ora del MSFT, prevede per la realizzazione dello Stato Nazionale del Lavoro.

 

In tale prospettiva, la Fiamma Tricolore propone l’elezione diretta del “capo del governo o primo ministro”o ”Cancelliere” mentre il Presidente della Repubblica, capo dello Stato con funzioni rappresentative e di controllo, deve essere eletto dal Parlamento. Il “presidente del consiglio dei ministri” è eletto a maggioranza assoluta (quindi con eventuale ballottaggio) e rimane in carica cinque anni; in tale periodo la sua sostituzione non può avvenire, pertanto nel caso di crisi di governo è d’obbligo il ricorso ad elezioni anticipate.

Il Senato della Repubblica sia abolito, sostituito da una Camera delle arti e dei mestieri (parlamentari eletti dalle categorie del lavoro) composta di 400 membri -cosi’ come la Camera,- eletti con sistema proporzionale senza sbarramento ma con premio di maggioranza, in modo da garantire la governabilità alla coalizione vincente che appoggia uno dei candidati a “primo ministro”. A tal fine la maggioranza deve essere rappresentata, in ciascuna Camera, da almeno un totale di 230 parlamentari; i restanti 170 deputati sono attribuiti alle liste e coalizioni sconfitte, sempre con sistema proporzionale “puro”, senza sbarramenti. Le Camere hanno potere legislativo se a maggioranza approvano in seconda lettura quanto già approvato o emendato in prima lettura, da una o da entrambe le Camere.

I ministri (non più di 15) e i vice – ministri o sottosegretari (non più di 35) vengono nominati dal “capo del governo”; ministri e viceministri devono essere per almeno i 2/3 scelti tra i parlamentari eletti nella medesima legislatura.

È poi necessario razionalizzare le competenze degli Enti Locali, ampliando quelle dei Comuni e dei comprensori dei Comuni: ad esempio i Comuni superiori ai 500.000 abitanti vanno governati come “aree metropolitane” al fine di rendere economicamente e funzionalmente sostenibili molti servizi (si pensi ad esempio a quello di smaltimento dei rifiuti) e per amministrare il territorio, attraverso piani regolatori di “bacino o comprensorio”, che riescano così a superare gli interessi “localistici” e le clientele che troppo spesso condizionano ed affliggono il governo del territorio. In tale ottica appare necessario riaccorpare quanto, dal punto di vista amministrativo, è eccessivamente frammentato (si pensi ad esempio ai tanti Comuni inferiori ai 1.000 abitanti).

Il MS Fiamma Tricolore auspica infine una legge elettorale unica che sia informata alle garanzie: della governabilità; della rappresentanza delle minoranze politiche; della facilità di partecipazione alla competizione elettorale (magari prevedendo forme di risarcimento nei confronti dello Stato e degli Enti Locali nel caso in cui la partecipazione alle competizioni elettorali non produca alcuna rappresentanza eletta).

Giustizia, garanzie e libertà di pensiero

Il Movimento Sociale Fiamma Tricolore s’impegna per una riforma del sistema giudiziario in ottemperanza della vigente Costituzione Italiana e chiede a questo fine:

– maggiori garanzie e tutela per le vittime dei crimini;

– effettiva indipendenza della Magistratura da ingerenze d’ordine politico o d’altra natura;

– carcere a vita senza possibilità di sconti di pena per crimini particolarmente efferati (per es.: reati contro l’interesse pubblico e la Comunità Nazionale), fino a ipotizzare la pena di morte nel caso di abusi e violenze su minori che ne determinino la morte;

– abolizione dei “reati di opinione” e delle leggi liberticide del pensiero e dell’associazionismo politico (legge Scelba, Mancino e norme transitorie della Costituzione Italiana);

– ferma opposizione all’adozione del mandato d’arresto europeo;

– separazione delle competenze dei Magistrati giudicanti e requirenti;

responsabilità civile (e penale, se dimostrata l’intenzionalità persecutoria) dei Magistrati. ee, sconfiggerlo “democraticamente”, si aggiunge la “dannazione criminale”. Vanno sopppresse le leggi che negano o limitano la liberta’ di pensiero, prima tra tutte la Legge Mancino” che nega, , la libertà di manifestazione e propaganda del pensiero, punti fondamentali e qualificanti d’ogni ordinamento, nonché cardini e fondamento giuridico della Costituzione vigente. Queste normative non solo violano i principi stessi della vigente Costituzione Italiana, in particolare quelli sanciti agli articoli 17, 18 e 21 (che garantiscono, o meglio, dovrebbero garantire, il diritto di riunione, d’associazione e soprattutto di poter liberamente manifestare il pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione), ma, soprattutto, contrastano con l’articolo 19 della tanto decantata “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani” delle Nazioni Unite. Questa afferma il diritto alla libertà d’opinione senza interferenze e il diritto di diffusione, delle informazioni e delle idee con qualsiasi mezzo di comunicazione e attraverso le frontiere. Quasi non bastasse, anche l’Europa Comunitaria con l’introduzione del mandato di cattura europeo, ha sancito ulteriori “possibilità persecutorie” del libero pensiero. Trentadue reati contemplati: primo fra tutti il reato d’opinione, che include -inaudito sopruso antilibertario-la ricerca storica controcorrente o “revisionistica.”

Lotta alla criminalità, ordine sociale e lotta alla droga

Per la difesa del cittadino dalla criminalità e per il mantenimento dell’ordine sociale, e’ indispensabile il rafforzamento, quantitativo e qualitativo, delle Forze dell’ordine. In nessun Paese d’Europa si assiste al vilipendio delle Forze dell’ordine come avviene in Italia; in nessun Paese d’Europa le Forze dell’ordine sono in analogo “stato di soggezione” nei confronti di “magistrati d’assalto”, garantisti a senso unico, che operano inseguendo la notorietà giornalistica pur di acquisire benemerenza agli occhi di demagoghi e benpensanti; l’organo di governo della Magistratura (CSM) dovrebbe intervenire con ben altra incisività su quei Magistrati il cui protagonismo antiprofessionale e l’ossessionante garantismo, per altro assai discrezionale, vanno a scapito della sicurezza dei cittadini.

La “criminalità diffusa” e, soprattutto, particolari ed efferati tipologie di reati, richiedono una maggiore rigidità per la tutela dei cittadini che, lasciati in balia della malavita, sono costretti a difendersi da soli e, quando lo fanno, subiscono sanzioni peggiori di quelle comminate a chi attenta ai loro diritti. Ma oltre alla “microcriminalità” e alla “criminalità diffusa”, l’Italia è ancora avvilita dalla Mafia (e consimili). Questa ha effetti ancor più incisivi seppure apparentemente meno diffusi; la criminalità organizatastrangola l’economia ed immiserisce tutti coloro che vivono e lavorano nell’area ad essa soggetta; non solo, il suo intreccio con il potere estende la sua pericolosità ben oltre il precipuo apparente contesto territoriale. Il costo sociale è altissimo e il fenomeno non coinvolge solo chi ne è direttamente vittima (imprenditori e commercianti): per questo il Fascismo combattè e vinse la Mafia, che riuscì a tornare in Italia solo insieme alle truppe “a stelle e strisce”. La “storia dell’Italia democratica” ha invece registrato il serio impegno (e sacrificio) di pochi, contro l’indifferenza e, spessissimo, la collusione dei politici. Combattere senza tregua il fenomeno mafioso, prosciugandone i mezzi finanziari (espropri rapidissimi), controllando anche patrimoni, redditi e investimenti familiari e parentali dei mafiosi, sono solo alcuni degli interventi che uno Stato che voglia dirsi tale deve compiere.

In particolari aree territoriali, innanzi ad un’esponenziale crescita d’episodi malavitosi, radicati nel territorio, s’impone la militarizzazione del territorio per la tutela e la salvaguardia dei cittadini e dei loro interessi.

La certezza della pena (nel computo delle quali devono essere considerate l’entità del danno patito dal cittadino e, i costi sostenuti dallo Stato per giudizio e detenzione, cosicchè è giusto prevedere il risarcimento alla Comunità attraverso il lavoro del detenuto) deve sostituire l’attuale e purtroppo tutto italiano “risibile regime”, che aggiunge ai danni la beffa, tanto più se si considera che il reato non colpisce solo il singolo, ma l’intera società a cui esso appartiene e dunque, lo ripetiamo, ha un costo sociale.

Tra i mille problemi che investono la nostra società, la piaga della droga è uno dei più preoccupanti; primariamente perché investe il mondo giovanile, in secondo luogo, perché viene affrontato e combattuto in maniera blanda e con metodi inefficaci: nulla o poco si fa contro la diffusione della droga. In una società sempre più ricca, caratterizzata da un elevato benessere e da un esasperato materialismo, la droga trova terreno fertile e miete le sue vittime. Si diffonde, nelle periferie degradate delle città come nelle campagne, nella provincia come nelle aeree centrali delle metropoli, negli strati sociali più emarginati come nei salotti buoni dell’alta società; il fenomeno è dilagante e di portata tragica. Il problema centrale, non è e non può essere quello del semplice recupero degli attuali tossicodipendenti, quanto quello della prevenzione. Bisogna intervenire contro la diffusione della droga; è importante fare smettere il tossicodipendente, anche se spesso risulta difficilissimo, ma soprattutto si devono eliminare i “fattori predisponenti”, sociali e culturali, alla tossicodipendenza. Prevenire è meglio e anche più economico che reprimere e rieducare. Il problema della droga va risolto con la prevenzione e non con la depenalizzazione; la tesi del “minor danno” sostenuta dal “movimento antiproibizionista”, resta una soluzione falsa ed ipocrita. Occorre intervenire radicalmente per fermare il dilagare sempre maggiore del fenomeno, con particolare riferimento nelle scuole, nelle università e in ogni centro di aggregazione giovanile. Se la droga miete tante vittime tra i giovani, la colpa è anche della propaganda irresponsabile di alcuni media, che si fanno veicolo di veri e propri “inni” alle sostanze stupefacenti, col risultato di incentivarne l’uso tra i ragazzi, attraverso l’esaltazione della cultura dello sballo, dell’esasperata trasgressione, dell’eccessivo permissivismo. La società moderna è caratterizzata purtroppo da un eccesso di libertà e di danaro di cui godono giovani e giovanissimi, ma soprattutto dalla mancanza di valori e modelli alternativi .. È questo il punto cruciale, questo il nodo della matassa. In realtà, il non concedere troppa libertà ai ragazzi costa assai più agli adulti che non ai ragazzi stessi: per le madri significa una maggiore presenza in Famiglia, ; per i padri significa assumersi la responsabilità e il durissimo impegno dell’esercizio dell’autorità; per gli insegnanti e gli educatori significa combattere faticosamente controcorrente per imporre a sé e ai giovani mal sopportati doveri, il cui fondamentale modello sta tutto nell’esempio; per le istituzioni, le organizzazioni politico sociali e per quelle religiose, significa sfidare una pubblica opinione avversa a ogni rigore e a ogni severità.

Insomma, per tutti significa abbandonare la comoda falsa tolleranza che serve in verità a mascherare una mancanza di coraggio.

Per i legislatori, significa compiere una sterzata che, agli occhi dell’educazione “ideologizzata conformista”, potrebbe apparire “reazionaria” e “oscurantista”. Per molti pedagoghi, psicologi, uomini di cultura e giornalisti, significa, dopo decenni di demenziali prediche libertarie, “cospargersi il capo di cenere”.

Non basta assumere semplici “atteggiamenti moralistici”, ma si deve fornire una corretta informazione che consenta ai giovani di conoscere i reali pericoli che tutte le droghe comportano. In questa ottica occorre attivare massicce campagne informative

Combattere la droga è contrastare sì la diffusione delle singole sostanze, ma è anche e soprattutto prevenire e prendersi cura dei singoli individui direttamente nel luogo in cui, nel contesto in cui, si manifestano le loro “propensioni a rischio”, il loro atteggiamento nei confronti delle droghe erroneamente percepite come strumento per gestire emozioni e relazioni. Dunque è indispensabile una mirata ed approfondita informazione, produrre un’elaborazione costruttiva, stimolare una presa di posizione sostenuta da valori forti ed alternativi .

Istruzione, cultura e formazione

L’educazione dei figli, conforme ai principi dell’etica e del sentimento nazionale, è il supremo obbligo dei genitori, della Famiglia, dello Stato e delle principali istituzioni. Lo Stato, col rispetto dei diritti e dei doveri della patria potestà, deve vigilare e coadiuvare affinché l’educazione familiare raggiunga l’alto fine di formare uomini probi, organicamente inseriti nella Comunità Nazionale; per questo lo Stato si avvale degli ordinamenti scolastici per integrare ed indirizzare l’opera della Famiglia.

La Scuola pubblica ha principalmente la responsabilità della formazione culturale del Popolo, ispirandosi ai valori eterni della nostra Tradizione. La “regionalizzazione dell’istruzione”, oggi da alcune forze politiche fortemente sostenuta, si configura pertanto come antitetica ai fini superiori menzionati.

La scuola italiana è lo specchio dello sfascio del nostro Paese, del totale disinteresse per l’educazione e l’istruzione dei giovani. Anche l’Università si è voluta “adeguare” a questo, recependo supinamente (in qualche caso entusiasticamente) modelli d’altri Paesi, abbassando il livello quantitativo – qualitativo della formazione, trasformandola da percorso formativo e arricchimento culturale, oltre che da presupposto indispensabile all’attività professionale, in una “raccolta a punti”.

Fermo restando che liberta’ della scuola privata va’garantita, privatizzare la scuola non significa garantire maggior preparazione ma riconoscere il fallimento del pubblico, dello Stato, le cui finalità (appunto etiche) dovrebbero primeggiare sulle morali e gli interessi del privato. È invece necessario che la scuola torni, tanto più nei primi livelli elementari e inferiori dove massima è l’influenza sullo sviluppo psicofisico e sulla formazione dell’individuo, una seria attività di lavoro, per alunno e docente, scuola di vita e paletto educativo (come non è purtroppo più in tanti casi), anche nei rapporti sociali e nell’ambito civico.

Il sistema della pubblica istruzione deve necessariamente essere rivisitato in favore di un’impostazione che riesca a coniugare le esigenze di una scuola funzionale all’avviamento al lavoro, ma anche (secondo la tradizione gentiliana) finalizzando l’istruzione all’elevazione della sensibilità culturale dell’individuo a quelle conoscenze non immediatamente proiettabili sul piano empirico e quindi lavorativo, ma che concorrono fortemente alla formazione e sviluppo psico – pedagogico. . Eliminare le sublimazioni scientiste, ma comunque dare incentivo alla ricerca e fornire una formazione scolastica improntata alle esigenze empiriche e professionali richieste dal sistema economico – produttivo, questi gli obiettivi. Anche a tal fine è deleteria l’eliminazione degli Istituti Tecnici con la conseguente riduzione dell’istruzione al semplicistico binomio “professionali – licei”. Nell’ambito dell’educazione scolastica vanno anche strutturate, per i più giovani, Case per la Gioventù, luoghi di incontro e di formazione fisico – attitudinale, complementari alle scuole, o comunque ripristinando nel quadro dell’istruzione scolastica anche la cura e lo sviluppo delle qualità fisiche dell’individuo, oggi quasi completamente demandate all’iniziativa (con relative spese a carico), della famiglia e dell’individuo in ogni ordine degli studi.

Poiché una Nazione immemore della propria Storia non può avere un futuro, s’impone, nel contesto degli insegnamenti storici, filosofici e sociali in particolare, una necessaria ed impellente rivisitazione di tutto quello che oggi è considerato acquisito e non discutibile ufficialmente, in favore di scienze storiche, filosofiche, sociologiche, politiche ed economiche, che appunto seguano il metodo scientifico, come qualsiasi altro tipo di disciplina che precipuamente comporti la continua revisione e l’aggiornamento.

Politiche sanitarie e diritto alla Salute

 

  1. Il cinico e subdolo raggiungimento del massimo profitto, rimane, in piena epoca consumista, l’obbiettivo principale delle grandi multinazionali anche in tema di salute. Questa “logica assassina” non risparmia neppure la Salute pubblica.

Occorre difendere il diritto alla salute e costituire una sanità statale garantita per le fasce sociali più deboli, in particolar modo per i bambini e per gli anziani.

Ogni contribuzione al sistema sanitario nazionale deve essere commisurata – fatta salva una fascia di reddito di garanzia sociale – al reddito dell’individuo.

Per quanto relativo al sistema ospedaliero, va rilevato che la vigente legge 502 ha, di fatto, dissolto il tessuto connettivo e organizzativo dell’assistenza sanitaria. Il controllo degli ospedali va affidato ad ispettori sanitari esterni alle strutture, che vigilino sull’operato e sulla qualità degli addetti, medici, paramedici, ausiliari ecc.

Ai Primari va restituita la responsabilità diretta (e non l’attività di coordinamento) nella cura dei pazienti, così come vanno ripristinate le gerarchie mediche (primari, aiuti, assistenti) per incentivare professionalmente oltre che economicamente chi s’impegna nell’assistenza sanitaria pubblica. Va rilanciata la medicina scolastica preventiva, e più in generale è divenuto importante istituire centri di prevenzione delle malattie infettive per stranieri, tanto più alla luce della forte immigrazione e della maggiore mobilità internazionale della popolazione. Anche la politica delle colonie estive e termali, per l’infanzia e per gli anziani delle fasce sociali “più deboli”,va rilanciata, non scordando che la climoterapia è di dimostrata validità. Infine, considerando l’attuale invecchiamento della popolazione e quindi l’aumento dei meno abili e il mutato stile di vita della Famiglia, è tempo che si provveda ad un’apposita legge che regolamenti l’attività delle “badanti”, comprendendo nello stipendio la monetizzazione del valore del vitto e dell’alloggio e prevedendo un contributo dell’amministrazione pubblica per la cura in casa di ammalati e anziani, tanto più quando coadiuvati da personale esterno al nucleo familiare. Abbandonare gli anziani a se stessi, come troppe volte avviene nel nostro Paese, è uno dei più avvilenti segni di regresso della civiltà.

Politiche per il territorio e l’ambiente

Nella nostra concezione etica della vita e dello Stato, il rapporto organico tra uomo e natura costituisce non solo il paradigmatico rispetto tra “parti del tutto”, ma l’affermazione di un rapporto impostato sulla via segnata dalla tradizione.

L’uomo è parte della natura, i nostri paesaggi sono una proiezione della nostra cultura, terra, acqua ed aria del nostro meraviglioso pianeta vivente sono generosamente a disposizione dell’uomo che ne sappia trarre nutrimento e beneficio assicurandosene la fruizione senza comprometterne l’esistenza. Per questo, la salvaguardia dell’ambiente deve essere considerata un tutt’uno con lo sviluppo culturale della Nazione. Il materialismo esasperato degli ultimi decenni, la disinibita crescita economica, la radicale modifica dell’ambiente per consentire ambiziosi progetti industriali e la devastazione delle campagne causata da scriteriati sviluppi urbanistici, hanno condotto all’alienazione della bidirezionale sinergesi uomo e natura. Alla luce di tutto ciò esigiamo una difesa della natura che non può essere considerata unilateralmente con criteri economici, poiché la conservazione degli ambienti vitali è più importante dei profitti delle imprese. Rigettiamo qualsiasi tentativo di alterare il naturale percorso e il sano processo naturale della crescita vegetale e animale attraverso l’adozione di Organismi Geneticamente Modificati ed ogni tipo di sperimentazioni genetiche, sistemi di alterazione i cui riflessi sulla salute umana e più in generale sui processi stessi della natura sono ancora incogniti. Questo non solo per la pericolosità per l’uomo degli OGM, ma anche perché l’utilizzo degli OGM è esclusivamente interesse delle Multinazionali, che perseguendo politiche del massimo profitto, mirano, anche riducendo drasticamente la preziosa variabilità genetica delle coltivazioni naturali, a soppiantare le varietà vegetali tradizionali, diffondendo le monoculture e imponendo sementi di cui controllano integralmente il processo riproduttivo. Significa essere schiavi, invece che dei capricci della natura (qualche volta matrigna, tante volte madre generosissima), di chi produce semi di cui ha l’esclusiva; ancora una volta l’Italia è indietro, rispetto non solo alle Multinazionali ma anche ad altri Paesi (USA, Cina, Brasile, Francia) che hanno fatto ricerca e brevettato OGM. Ulteriore conseguenza? La standardizzazione delle derrate e una civiltà del fast food e del cibo in serie, con stessi colori, sapori, aromi .

Ciò evidenzia l’incompatibilità tra le “leggi della natura” e le pianificazioni del capitalismo mondialista; queste si risolvono in una dipendenza prima e in una catastrofe poi per la nostra civiltà agricola e rurale, che deve invece essere rilanciata e rafforzata, soprattutto nella produzione di specificità e prodotti locali ad origine controllata e di alta qualità, attraverso la creazione di consorzi di tutela e commercializzazione dei prodotti, promossi e sostenuti dallo Stato.

Il riequilibrio del rapporto uomo – natura, il contrasto dei processi di sfruttamento intensivo ed estensivo del territorio, quanto quelli d’occupazione estensiva ed innaturale dello spazio, trovano tutto il nostro appoggio e pertanto sosteniamo la necessità di apposite politiche di contrasto di tali distruttive tendenze che non consentono un uso ecocompatibile e rinnovabile e quindi “sostenibile” anche in futuro delle risorse. L’Italia è inoltre caratterizzata da un territorio d’elevata “fragilità ambientale”; per le sue peculiarità geologiche, idrologiche, sismologiche e vulcanologiche, è un Paese ad alto rischio. I sistemi di prevenzione – così come del resto la dotazione strumentale e gli addetti al monitoraggio del territorio – sono inadeguati e troppo spesso si adottano “politiche di ripristino” caricando la società di costi enormemente maggiori di quelli che una sana prevenzione comporterebbe: le amministrazioni condonano ad esempio gli abusi edilizi in aree ad alto rischio (emblematici i casi delle pendici di alcuni vulcani attivi, di conoidi di deiezione, di versanti soggetti a fenomeni franosi, di aree golenali e piane alluvionali) assumendosi così non solo l’eventuale responsabilità morale delle futuribili sciagure, ma caricando sull’intera comunità i costi della potenziale ricostruzione .

 

È forse anche il tempo di rivedere la politica energetica nazionale, questo alla luce tanto dei progressi tecnologici quanto della dipendenza dall’estero; troppo semplicistico appare l’appello al risparmio dei consumi al quale spesso si ricorre per rigettare “l’opzione nucleare”, tanto più quando tale preclusione finisce per essere un fattore di insostenibilità rispetto alla concorrenza delle industrie di altri Paesi. Crediamo che, con senso di responsabilità, una “politica sovranista” debba, pur nella massima considerazione dell’ambiente e della protezione della salute pubblica, interrogarsi e pianificare senza isterismi il proprio futuro energetico.

E’ altresì compito della Politica occuparsi -sulla base dei processi regionali- delle connessioni e delle reti di trasporto, scambio e comunicazione, con un occhio alle “risorse ataviche” e uno a quelle potenziali. In Italia si è discusso di una “questione meridionale” e non dello sviluppo e della migliore integrazione delle risorse del Mezzogiorno (si pensi, ad esempio ad agricoltura e turismo, sovente obliterate per imporre demenziali e clientelari politiche d’industrializzazione) con il resto del Paese. Ne è drammatico ed emblematico esempio l’incapacità di governi ed amministrazioni locali nel valorizzare territorio e risorse del Meridione.

La “questione Meridionale”

Nati dal saccheggio sistematicamente condotto dallo Stato Sabaudo almeno sino agli anni ’90 del secoloxix ai danni del territorio e delle popolazioni di quello che fu uno degli Stati “più progrediti dell’area mediterranea Europea”sino al primo decennio del XX Secolo e dalla conseguente emigrazione di massa che desolo’ il nostro Sud per generazioni , l’arretratezza ed il sottosviluppo del Meridione- acuiti dai devastanti bombardamenti alleati e dall’ulteriore miseria materiale e morale dilagante. conseguente all’occupazione degli stessi -malgrado le grandi opere realizzate e gli sforzi prodigati in ogni senso dal Governo Italiano dal ’22 al ’43- erano, alla nascita della Repubblica Italiana, una evidente e e drammatica realtà.

La ricostruzione,e la crescita economica , favorita dal piano MARSHALL prima e dai fondi europei dopo, l’occasione per eccellenza del malaffare delle classi politiche post’45 che per quanto riguarda il Sud convogliarono si’ enormi quantità di denaro nella “cassa del Mezzogiorno” ed altri affini carrozzoni, ma a beneficio quasi esclusivo della sempre più fitta rete clientelare che partiti di regime e Lobbyes politiche hanno costruito in questi decenni e che soffocano ogni sforzo delle genti del Sud per rialzarsi e riprendere in mano il proprio destino.

Invertire questa drammatica tendenza con interventi capillari, mirati e drastici e’ una delle principali , doverose battaglie per rendere giustizia a questa parte essenziale della nostra Comunità di Popolo. Anche di questa essenziale impresa la Fiamma Tricolore intende essere alla guida, nel nome dei superiori destini della Patria nel contesto di un’Europa dei Popoli, erede dei due cicli Imperiali sui quali per 25 secoli si e’ fondata la Civilta’ d’Occidente.