Gheddafi, Berlusconi ed il colonialismo italiano in Libia

In questi giorni non è passato inosservato il soggiorno Italiano del Colonnello Muhammar Abū Minyar al-Qadhdhāfī. Con esso lo strascico di polemiche giunte da destra e sinistra, tutti (Rosy Bindi in testa) istupiditi da questa gigantesca messa in scena, tutti indignati e quindi parte attiva del copione, senza nessuno che gridi che tutto è falso, tutto immaginario, a partire da quello che più scandalizza ed intriga i benpensanti di casa nostra: quelle guardie del corpo femminili, proprio in un Paese islamico (figuriamoci!), quelle guerriere inguainate in improbabili mimetiche, che evocano nell’immaginario maschile chissà quali irriferibili pensieri. Gheddafi, recita da anni oramai il suo copione con consumato mestiere: da giovane speranza della rivoluzione araba, novello Nasser, paladino dei popoli sfruttati, campione dell’anti-imperialismo, teorico (improbabile) del socialismo islamico a caricatura di se stesso dopo che le bombe americane. Da allora dopo i due SCUD sparati e mai arrivati a Lampedusa, la periodica richiesta di risarcimento per i danni conseguenti al colonialismo italiano, il ricatto dei barconi carichi di profughi lanciati (con miglior fortuna dei missili) verso Lampedusa, anche lui ha lasciato perdere la rivoluzione, la causa palestinese, il sostegno al terrorismo, la lotta al sionismo e tutte quelle mattane giovanili con cui si era messo in testa di creare gli Stati Uniti d’Africa e si è dato agli affari: miglior compare del Cavaliere nella odiata nazione coloniale, che rivendicava con orgoglio la «quarta sponda che già fu di Roma», non poteva trovarlo. Al di là delle considerazioni di carattere comico e goliardico, le modalità con la quale l’Italia ( Berlusconi ) si muove, assecondando i “capricci” del colonnello hanno un significato, forse meno conosciuti (forse una mia eccessiva buona fede) o volutamente occultato dai media. Infatti, pochi hanno avuto l’onestà di sottolineare i molti aspetti seri ed importanti, della partnership Italo-Libico. Il primo aspetto è di natura geopolitica, che guarda sulla direttrice SudOvest – NordEst, che assomiglia a quella di Mussolini (Tripoli-Roma-Balcani), e che ha almeno il merito di rompere l’ossessivo schema NordOvest – SudEst (Londra-Parigi-Torino-Roma). Secondo motivo, perché siamo in affari con la Libia con lo scopo non secondario di aumentare il nostro peso specifico nel Mediterraneo e in Medio Oriente (quindi anche in Europa e sull’altra sponda dell’Atlantico). Ricordo solo alcuni degli accordi che Libia ha saputo tessere con alcune società. Tra queste troviamo: ENI, Ansaldo Sts, Finmeccanica, Augusta e Selex comunication. Pacchetto totale degli accordi pari ad oltre il miliardo di euro. Così si spiegano gli attacchi da destra e da sinistra contro Gheddafi e Berlusconi. Naturalmente, le manifestazione di contrarietà e dissenso non sono originate dalla solita stagnante aria italiana, ma soffiate dai vampiri della grande usura residenti oltralpe ed oltre Manica, lividi d’odio, in quanto si sono visti sottrarre dalle mani una gallina dalle uova d’oro! I fidi ed addomesticati cagnacci nostrani: Fini, Casini, Di Pietro, Bersani, Draghi, Montezemolo con profuso impegno eseguono i compitini assegnati dalla perfida assonici, abituati a controllare da troppi anni il Mediterraneo. Che piaccia o no bisogna riconoscere che Berlusconi intessendo rapporti geo-commerciali con Paesi fuori dagli “schemi” come Libia, Russia, Turchia, Venezuela, Brasile, Panama ha restituito in parte al nostro paese un autonomia che era stata usurpata sessantacinque anni fa! In conclusione, traggo spunto da questa vicenda per sfatare l’ennesimo falso storico, in merito alla crudeltà colonialista degli italiani durante il ventennio fascista in Libia. Emilio Giuliana —————————————— (articolo che segue di Filippo Giannini)L’invasione della Libia fu preparata dall’Italia fin dal 1887 (Mussolini, il male assoluto, aveva quattro anni). Forti pressioni per questa impresa vennero principalmente dalle banche alla testa delle quali era il Banco di Roma che aveva investito notevoli capitali proprio in Libia, contando sulla sua trasformazione in colonia. Ma a favore della spedizione troviamo anche i socialisti, i sindacalisti rivoluzionari, nonché i cattolici. La decisione della guerra contro la Turchia, che allora dominava la Libia fu presa dal Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, nel novembre 1911 ed il 25 di quel mese il dado fu tratto, e fu guerra. Violente dimostrazioni contro quell’impresa si svolsero principalmente in Romagna, guidate, indovinate da chi? Dall’allora non ancora male assoluto. Però, evviva la democrazia, la dichiarazione di guerra, come consentiva l’art. 5 dello Statuto, fu inviata senza l’approvazione del Parlamento (cose fasciste, vero? Anzi fascistissime), il quale, in vacanza dal luglio, riaprirà solo il 22 febbraio 1912. Il contingente italiano, dopo aspri combattimenti, occupa i principali centri costieri della Tripolitania e della Cirenaica; ma non va oltre. L’interno libico rimarrà, per almeno due decenni, in mano di bande locali, spesso in lotta fra loro. Ma, c’è sempre un ma, anche se non ancora in Camicia nera: un attacco turco a Sciara Sciat provoca quasi 400 morti fra i bersaglieri italiani. Seguirà da parte italiana una feroce rappresaglia (fascista? Ma che pensate! Mancano ancora una dozzina di anni prima che il male assoluto prenda il potere) che colpirà anche la popolazione civile dell’oasi. Il comportamento italiano susciterà indignazione nella stampa internazionale e provocherà un’intensificazione della guerriglia araba di resistenza. E’ OVVIO che i vermetti-furbetti, giocando sul monopolio dell’informazione e sull’ignoranza del popolo, HANNO FATTO CREDERE CHE QUELLA RAPPRESAGLIA FOSSE DI CHIARA MARCA FASCISTA. E non è da dimenticare che dopo la Prima Guerra Mondiale la riappropriazione della Libia fu avviata con mano di ferro da un Ministro liberale che si chiamava Giovanni Amendola. La visita del dittatorello libico, colonnello Gheddafi che ci ha onorato in questi giorni, nel corso della quale ha preteso, e ottenuto le scuse da parte delle autorità italiane per le atrocità commesse dall’Italia fascista (il fascismo, come abbiamo visto, nel caso di Sciara Sciat, era ancora solo nella mente di Allah), ed i vermetti-furbetti si sono genuflessi anche dinanzi al sanguinario beduino. Chi scrive queste note non è un fanatico, quindi riconosce che nel caso specifico le scuse erano giustificate, ma (ecco un altro ma) quali scuse ha portato Gheddafi per le atrocità commesse da parte dei suoi concittadini a danno degli italiani? Circa le atrocità di cui furono vittime i soldati italiani caduti nelle mani dei turchi-libici durante la conquista di Tripoli, sono così riportate dal Journal: E il giornalista del Matin: . E chi porge le scuse per queste atrocità? I vermetti-furbetti non dispongono degli attributi necessari per un giusto atto d’orgoglio. Il mai sufficientemente rimpianto Franz Maria D’Azaro, già il 10 novembre 1987 scriveva: . Quello che una volta erano ridicole pretese, oggi, 2009, il col. Gheddafi torna a casa con un assegno che gli italiani dovranno onorare. Questa è la politica dell’italietta nata dalla Resistenza, priva di un anche minimo motivo di orgoglio. E veniamo alle imprese di Omar al Muktar. Il film che esaltava le imprese del ribelle libico, Il Leone del deserto, costato circa cinquanta miliardi di lire nel 1980, ebbi occasione di vederlo nei primi anni del ’90 in Australia, per quanto ricordo, non fu particolarmente acido nei confronti degli italiani. Il film non è stato mai proiettato in Italia. Omar el Muktar era al servizio del monarca senussita, Re Idriss, detronizzato proprio da Gheddafi nel 1969. Ora è necessario ricordare, checché ne possano dire i vermetti-furbetti, la pacificazione della Libia era una delle tante eredità negative lasciate al fascismo dai governi precedenti. Come ricorda Franz Maria D’Azaro, quando Rodolfo Graziani, inviato in Libia dal Governo per tentare la pacificazione, trovandosi di fronte a Muktar, questi chiese al futuro Maresciallo d’Italia: questi rispose: accompagnando la risposta mostrando una moneta romana di Leptis Magna, così denominata la Roma d’Africa da Diocleziano. Interessante è anche quanto ricordato, sempre da Franza Maria D’Azaro, riportando un giudizio di Oliver Reed che interpretava nel film la parte di Graziani, il quale nutriva una profonda stima verso il ribelle libico, ricorda Reed . In altra occasione Graziani disse a Muktar: . In merito a ciò, commenta Reed: . Omar el Muktar nasce in un villaggio della Marmarica orientale intorno al 1862, in un ambiente fortemente influenzato dalle regole del Corano. Omar el Muktar si fa notare sia per la sua attitudine negli studi coranici, sia per il suo temperamento volitivo, ma anche per la sua volontà nel combattere prima i turchi, poi gli invasori italiani. A 40 anni è nominato capo della Zawia (convento e centro d’azione) e tornato nella natia Marmarica ha la spiacevole sorpresa di vedere le tribù sottomesse al governo italiano. Da allora in poi, sempre nel nome di Dio Altissimo e Misecordioso, punisce con spietata durezza chiunque accetti di collaborare con le autorità italiane. A causa della guerra 1915-1918 il territorio, specialmente quello interno, vide le truppe italiane ridursi notevolmente per essere trasferite in altri fronti, così che bande sempre più numerose poterono spadroneggiare nel territorio imponendo decime alle popolazioni, accanendosi, in particolare contro coloro che mostrano una qualsiasi simpatia verso l’Italia. Omar el Muktar ha una parte preminente in queste azioni intimidatrici e punitive, precedute e seguite sempre da atti di inaudita ferocia. Fare un elenco del terrore seminato dal Leone del deserto e da altre bande simili è semplicemente impossibile (1). L’attività di Omar el Muktar assume connotati di assoluta preminenza nel biennio 1929-1931, di conseguenza il Governo italiano ritenne indispensabile pacificare tutta la Libia. Badoglio e Graziani, incaricati allo scopo, reputarono necessario sottrarre il territorio all’influenza dei capi locali. Graziani, sempre affascinato dal modello della romanità, si richiamò alla legge “parcere subiectis et debellare superbos” e la applicò sforzandosi a persuadere i nativi che se protetti dal tricolore italiano avrebbero ottenuto un avvenire tranquillo e di prosperità. Quindi giustizia e perdono per i sottomessi, severità implacabile per i ribelli. Mohamed el Mohesci, giornalista filo-italiano, sostenne che la tensione alimentata da Omar el Muktar stava frenando il decollo economico e sociale della Cirenaica, nonostante . Negli anni ’29, a seguito di una serie di contatti con alti ufficiali italiani, sembrava che un accordo sulla pacificazione fosse a portata di mano, ma a ottobre di quell’anno el Muktar ordinò l’attacco ad una pattuglia di zapié (carabinieri indigeni) comandati dal brigadiere Stefano Ramorino, accorsa per riparare la linea telefonica, appositamente sabotata in località Gars Benigden proprio per realizzare l’agguato. L’eccidio compromise qualsiasi ulteriore tentativo di accordi e ravvivò la guerriglia e la contro-guerriglia. Nei primi quattro mesi del 1931 il ritmo delle razzie e degli agguati assunsero proporzioni non più tollerabili. Fu in questo contesto che Graziani concepì e diresse la più grande e complessa operazione sahariana mai prima compiuta. Obiettivo finale della manovra: l’oasi di Kufra, nel più profondo sud desertico, conquistata, dai reparti cammellati, dopo una massacrante marcia nel deserto. Contrariamente a quanto prevede il codice d’onore occidentale, un capo arabo ha il dovere di sottrarsi alla morte e alla cattura. Omar el Muktar, approfittando di questo diritto, non accettò la battaglia, ma ormai stanco, sfiduciato, vecchio e abbandonato dai suoi fidi, venne catturato, ai primi di settembre del 1931 nella zona di Uadi el Kuf, da una pattuglia di Sawari. Dopo la cattura, accusando di essere stato abbandonato al suo destino, stoicamente aggiunse: . Graziani, d’accordo con Badoglio e con il Ministro delle Colonie De Bono, convocò il Tribunale militare speciale. Trascriviamo le parti essenziali del dibattimento: “L’anno millenovecentotrentuno, il giorno quindici del mese di settembre, in Bengasi nell’ufficio d’Istruzione delle Carceri Regionali (…). Si entra nel vivo della causa. Il Presidente chiede: . Omar: (…). Pres. : . Omar: . Pres.: . Omar: (…). Pres. : . Omar: . Pres.: . Omar: (…). Dall’arringa del Pubblico Ministero proponiamo solo le parti più determinanti. Il P.M. rivolgendosi all’imputato lo accusa: . Al termine dell’udienza il Presidente chiese al giudicabile se ha altro da dire a sua discolpa, ed ottenuta risposta negativa, il Tribunale si ritirò in Camera di Consiglio.