I CONTI IN TASCA

I CONTI IN TASCA La Legge Finanziaria 2010, stupisce rispetto alle analoghe leggi che la hanno preceduta per la snellezza del testo legislativo: tre articoli per una manovra di 3 miliardi di euro.? Sembra, anche dalle dichiarazioni del il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti e di altri esponenti di governo che si miri essenzialmente al contenimento della spesa pubblica, considerati i dati relativi all’indebitamento pubblico le cui stime (più pessimistiche quelle diffuse da organismi internazionali) indicano un incremento del rapporto deficit Pil al 5% e una diminuzione del Pil pari al 4%. Volendo riassumere, la legge finanziaria prevede lo stanziamento di 3,4 miliardi in tre anni per il rinnovo dei contratti pubblici, la creazione di un fondo (costituito con gli introiti dello scudo fiscale) per “università e ricerca, cinque per mille, alcune voci sul lavoro, missioni di pace, altre voci di rilievo sociale, spese che consideriamo ineludibili”, ha dichiarato in proposito il ministro Tremonti), l’estensione delle agevolazioni fiscali per le ristrutturazioni, l’incremento dei trasferimenti all’Inps.? Dei più volte sbandierati sgravi fiscali, ovviamente nemmeno l’ombra se si eccettua la loro citazione come “eventualità” proprio nel primo articolo della legge da destinare (sempre eventualmente) alla “riduzione della pressione fiscale nei confronti delle famiglie con figli e dei percettori di reddito medio-basso, con priorità per i lavoratori dipendenti e pensionati”. Con l’eccezione del consenso da parte di Bankitalia e tutto sommato di un tiepidissimo consenso della Confindustria (non ha riottenuto gli incentivi alla rottamazione, chiedeva maggiori risorse per gli ammortizzatori sociali, ovvero per la cassa integrazione, e ovviamente più sostegno agli investimenti), non stupisce che Confcommercio, Sindacati, Associazioni di consumatori e Partiti che chiedevano una politica fiscale di maggiore solidarietà sociale, (e la Fiamma tra questi) guardino negativamente alla Finanziaria 2010. La Fiamma ha l’impressione che non siano stati presi nella giusta considerazione interventi per il rilancio dei consumi delle famiglie (era stato da più parti proposto di detassare le tredicesime) e, ugualmente si può dire per il settore Primario della produzione, peraltro già ampiamente in difficoltà. La quasi contemporanea pubblicazione dei dati Istat, che evidenziano la peggiore situazione occupazionale dal 1994 ad oggi, consente la facile critica alla carenza di interventi volti a limitare gli effetti della crisi economica. Le stime fatte dalle associazioni dei consumatori, che valutano in circa 600 euro a famiglia l’esborso annuo in più prodotto dalla manovra, contrasta con l’ottimismo del Governo e con le dichiarazioni reiterate di alleggerimento (poi nelle più recenti dichiarazioni divenuto mantenimento dello status quo) fiscale. Secondo Federconsumatori e Adusbef, graveranno in media su ogni famiglia in più l’anno: 130 euro per le Rc Auto; 65 euro in più per le tariffe aeroportuali; 55 euro in più per ogni ricorso al giudice di pace per multa; 28 euro in più per la bolletta della luce; 18 euro in più per l’acqua; 65 euro in più per prendere un treno; 35 euro in più per la Tarsu; 30 euro in più per i servizi bancari; 80 euro in più per le rate dei mutui; 90 euro in più per i carburanti. Si tratta di stime e medie appunto, quindi dati generalizzati e generalizzanti, ma negare che si inciderà sulla qualità della vita delle famiglie è incontrovertibile. Certo c’è la sindrome della Grecia; c’è lo spauracchio della speculazione finanziaria (scusate ma la speculazione non è che la fanno la maggioranza delle famiglie italiane, la fanno le Banche, le Assicurazioni e le Società transnazionali, anzi più sono grandi e più la “fanno alla grande”); c’è da fare una riflessione –come più volte ho sostenuto-, responsabile sull’allungamento dell’età pensionabile; c’è da lavorare di più e produrre meglio in tutti i settori dell’economia; ci sono sprechi e privilegi da tagliare (nelle amministrazioni regionali forse più che in quelle provinciali); c’è anche da fare di più in termini di educazione dei cittadini (si pensi ad esempio all’enormità della spesa farmaceutica) e di legalità (l’evasione, certo, ma quella che riescono a fare i grandi è incomparabile rispetto a quella delle solite categorie di professionisti additate al pubblico disprezzo). E potrei continuare con altre osservazioni, ma voglio chiudere solo con qualche esempio. Non sarebbe ora il caso di risparmiare qualcosa su: sostegno all’editoria e sulla televisione pubblica, in particolare tagliando la programmazione “ludica” e i contratti esterni; tagliare in parte l’impegno all’estero, sia in termini militare sia in termini assistenziali e di organizzazioni non governative, re -indirizzando le risorse alla sicurezza e alla solidarietà interne; spese straordinarie di promozione e rappresentanza delle istituzioni e soprattutto le consulenze extramoenia degli Enti (Regioni ed Enti Locali in primis). Forse sarebbe anche ora di risparmiare su qualche giornata festiva (e relative celebrazioni) e magari incassare qualcosa in più da “mondi e industrie” (ad esempio quello del calcio), che conoscono crisi solo quando male amministrati. Forse sarebbe il caso di chiedere qualcosina anche alle grandi concentrazioni finanziarie e a quanti fanno guadagni attraverso la speculazione patrimoniale, senza per questo coinvolgere e allarmare i risparmiatori (non c’è bisogno di tassare i BOT del pensionato!). Insomma risparmi e sacrifici si possono chiedere, se si chiedono a tutti e nelle giuste proporzioni, altrimenti il richiamo alla “macelleria sociale” (sintesi divenuta di gran moda, scusate se me ne servo anche io) è scontato. Una legge Finanziaria si fa per equilibrare lavoro e la possibilità di spesa; senza il primo non c’è la seconda, spesso in Italia la seconda serve a surrogare la mancanza del primo o, peggio, a garantire clientele e privilegi a pochi. Sognamo un governo che abbia al primo punto della sua azione quello che è al primo punto delle aspirazioni della nostra proposta politica: la giustizia sociale. Questo è il solo tipo di governo che avrebbe il sostegno più ampio, convinto e partecipato della Comunità Nazionale. Una volta a sinistra si diceva “lavorare meno, lavorare tutti”; forse, se oggi si dicesse “lavorare meglio, lavorare per tutti” (e magari, in prospettiva, questo potrebbe comportare anche il “lavorare meno, tutti e spendere di più”), sarebbe già un passo avanti. E se si riuscisse pure a riconoscere i meriti di chi lo fa? Luca Romagnoli