Monti si preoccupa di Equitalia non per un’Italia equa

Monti si preoccupa di Equitalia non per un’Italia equa.

Nella Lettera Enciclica “Caritas in veritate” del 2009, Papa Benedetto XVI scrive, tra l’altro, che “lo sviluppo ha bisogno della verità ” e che i due “criteri orientativi dell’azione morale” sono la giustizia e il bene comune. Ogni cristiano, sostiene ancora il Papa, è chiamato alla carità anche attraverso una “via istituzionale” che incida nella vita della “polis”, del vivere sociale”.

L’esclusivo obiettivo del profitto “senza il bene comune come fine ultimo” – osserva Benedetto XVI – “rischia di distruggere ricchezza e creare povertà”. Il Papa enumera poi alcune tipiche distorsioni dello sviluppo: un’attività finanziaria “per lo più speculativa”, i flussi migratori “spesso solo provocati” e poi mal gestiti e “lo sfruttamento sregolato delle risorse della terra”. Per tutto questo la Chiesa propone un’Autorità pubblica a competenza universale” per riformare il sistema finanziario derogolato e globale.

Noi ci limitiamo a proporre una simile Autorità nazionale, tanto per cominciare. Noi ci limitiamo ad auspicare che intanto la politica italiana riprenda il governo delle sorti nazionali dell’economia e contrasti il devastanti effetti della concentrazione finanziaria. L’attuale sistema finanziario è eversivo nei confronti delle imprese che sono considerate di capitale e non di persone e lavoro; è un sistema usuraio nelle modalità di concessione del credito in via diretta ed indiretta. La finanza speculativa è stata ed è consentita perché considerata fonte di ricchezza, rispetto al capitale impiegato nel lavoro e per lo sviluppo. Inoltre concentra la ricchezza, e anche questo ha prodotto la crisi che tende ad essere sistemica e globale.

Possiamo accettare d’essere governati con tale ottica? Assolutamente no. Crescita economica oggi non può esserci senza mercati liberi, dicono molti, ma per noi liberi lo possono essere solo fintanto che sono stabili, sostenibili socialmente e ambientalmente. Urge quindi una riforma che governi i sistemi finanziari e che la politica riprenda il suo ruolo di gestione. Lo può fare una politica alta, buona socialmente, una politica che non arretri rispetto alla finanza locale e globale.

Responsabilità del bene comune, vigilanza, governare per il bene comune, questa è l’etica della polis che deve riprendere il primato. Primato della politica, la centralità della politica che, se deve perseguire il bene comune deve orientare politica e finanza a questo (ad esempio con vincoli più stretti sui tassi di usura, con facilità di erogazione del microcredito e del credito per produrre reddito da lavoro). A ben vedere, ancora una volta, la dottrina sociale nostra è nient’affatto confligente con quella della Chiesa. Anzi. Vie di uscita abbiamo il coraggio di indicarne, a braccio: ripensare radicalmente i margini di manovra del capitalismo della finanza, riassumere nell’azione politica i fondamenti della dottrina sociale, rafforzare microcredito, attribuire alle banche centrali delle Nazioni il ruolo di banche etiche.

Dunque produrre giustizia sociale attraverso economia sociale e, soprattutto, imporre l’Etica sula finanza. Tassare le rendite finanziarie prodotte da investimenti superiori ai 100.000 euro, ad esempio. Rinegoziare l’accordo UE “Basilea 3” che orienta le banche alla speculazione più che al credito all’economia reale. Denunciare il patto di stabilità e il nuovo EMS. Questo andrebbe immediatamente fatto. C’e chi viene fiscalmente spremuto (i piccoli) mentre la grande finanza ingrassa. Questo è incontestabilmente sotto gli occhi di tutti. Questa Unione Europea, la Commissione Europea -ma in fondo diciamola tutta, quest’Europa pangermanica economicamente sperequata-, e l’attuale Governo italiano ci impongono una sorta di entropia finanziaria contro una giusta “antropia sociale”.

Questo governo invece che pensare a come ridurre il debito pubblico e soprattutto a riprendere sovranità e controllo del debito prima (esempio Giappone) e poi magari sovranità monetaria, cristallizza la concentrazione finanziaria, uccide i consumi e cerca di cauterizzare i buchi di bilancio pubblici come faceva lo sceriffo di Nottingham. Invece che a trovare Befera, oggi Monti poteva trascinare “cilindro e marsina” al capezzale di una delle tante vittime della sua distorta visione della finanza padrona della politica e dell’economia. Sarebbe stato ipocrita, forse, ma meno sprezzante della drammatica situazione di tanti suoi governati.

Luca Romagnoli