Nazionalizzare la Banca d’Italia

Nazionalizzare la Banca d’Italia

Sull’urgenza della nazionalizzazione dell’azionariato della Banca d’Italia (tanto più che la legge 262 del 2005, stabilisce di riportarne in mano pubblica la proprietà), ci siamo più volte in passato pronunciati.  Anzi, diverse interrogazioni e questioni in proposito sollevai in PE, oltre che farne proclama nei nostri programmi elettorali. La legge del 2005 deve trovare il più presto possibile attuazione, visto che da allora tutti i governi che si sono succeduti hanno deliberatamente glissato sulla questione. Non sorprende quindi che un liberale (di forma e sostanza e provenienza partitica, appunto il PLI) come l’attuale presidente dell’ABI Patuelli, e i poteri e gli interessi diretti delle banche  che rappresenta, cerchino di ritardarne la messa in opera, anche opinando sulla costituzionalità della legge in oggetto. Non sorprende che le banche, azioniste della stessa Banca d’Italia temano che quest’ultima, preposta al controllo del loro agire, torni in mano pubblica.  Sottrarre la Banca d’Italia all’influenza, no più precisamente al totale controllo delle banche private è invece perfettamente inscritto nel principio di tutela del risparmio sancito dalla Costituzione italiana. Gli scandali che hanno riguardato diversi istituti bancari italiani, con la latitante presenza, dubbia capacità e certa inefficacia dell’organo che avrebbe dovuto controllarli, sono emblematici di come gli Italiani siano sempre stati le uniche vittime di un sistema finanziario sul quale dubbi di avidità e superamento dei confini dell’usura, sono stati spesso sollevati. Non diversamente dalla Banca d’Italia pretenderemmo che le fondazioni bancarie tornassero in mano pubblica.

Grazie a Patuelli per aver risvegliato qualche coscienza sulla proprietà pubblica della Banca d’Italia; grazie anche per  darci modo di ricordare che queste battaglie, “a destra”, le ha fatte per anni solo, o quasi,  la Fiamma Tricolore.

Luca Romagnoli