NEW YORK (USA) – L’ONU apre alla Palestina

NEW YORK (USA) – L’ONU apre alla Palestina
Lo scorso 29 novembre l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato a larga maggioranza (138 voti su 193) il riconoscimento della Palestina come Stato osservatore non membro. Di rilievo è il fatto che quasi l’80 % degli europei sia in favore dello stato palestinese: infatti, Austria, Danimarca, Francia, Italia, Portogallo, Spagna, Svezia e Svizzera, oltre a molti altri, hanno votato a favore, mentre Germania e Regno Unito si sono invece astenuti. Nel conto finale solo 9 paesi hanno votato contro, fra cui Stati Uniti e Israele, che dapprima hanno sostenuto come tale riconoscimento avrebbe costituito una minaccia per la pace, e poi, a votazione effettuata, come si trattasse solo di un voto simbolico: ma allora perché hanno cercato in tutti i modi, comprese probabili minacce economiche ai leader europei, di ostacolarlo? Indubbiamente è una tappa di rilevante importanza per il popolo palestinese, ma anche un passo in avanti per la pace in Medio Oriente, nonostante il premier israeliano Netanyahu, ovviamente, sostenga il contrario. Anche il presidente americano Obama avrà deluso non pochi dei suoi sostenitori, cedendo obtorto collo alle pressioni d’interessi vari e, soprattutto, di lobbies economico-finanziarie molto potenti. Una coincidenza: tale voto all’ONU giunge esattamente 65 anni dopo quello sulla spartizione della Terra Santa in due Stati (29 novembre del 1947), che riconobbe di fatto però solo lo Stato del popolo ebraico, e mentre si stanno ancora seppellendo i morti di Gaza, frutto dell’ultima ondata di violenze fra Israele e Hamas di pochi giorni fa. Dopo decenni in cui i palestinesi hanno sofferto a causa della dittatura militare israeliana, con ogni sorta di sopruso e di vessazione, dal controllo dei loro spostamenti, delle fonti idriche ed energetiche, fino alla negazione dei loro più elementari diritti, la Palestina guadagna quella dignità e quel riconoscimento internazionali negati per più generazioni. Il voto positivo dell’Italia, che ha deciso finalmente in base a considerazioni umanitarie e oggettive, nonché del principio di autodeterminazione dei Popoli e di opportunità per la pace duratura, ha peraltro scatenato le reazioni scomposte di certa stampa come “Il Giornale” che ha titolato a sproposito, censurando astiosamente il voto italiano, con rigurgiti di razzismo e odio, negando i dati di fatto, la logica e gli oltre 2000 anni di storia della Terra Santa, come se solamente Israele avesse il diritto di essere “Stato” in quel territorio mentre la Palestina non fosse degna nemmeno di essere rappresentata in seno all’ONU. L’Italia invece ha dato un primo, anche se piccolo, segnale di dignità, non cedendo ai ricatti economici cui sono soggetti quasi tutti gli Stati del pianeta, USA compresi come sopra accennato. Forse anche la crisi economica, che ha evidenziato i nervi scoperti del mercato globale, ha finalmente fatto prendere coscienza a molti governi che la situazione non è più sostenibile, affermando il primato dell’uomo sul denaro, del sangue sull’oro (come si diceva in altri tempi…). Insomma, non è più vero che chi abbia in mano i soldi debba per forza vincere! E’ certo comunque che il nuovo Stato della Palestina avrà accesso a molti trattati e organizzazioni internazionali da cui era stato sempre escluso, come la Corte Penale Internazionale; probabilmente la preoccupazione fondamentale di Israele è proprio questa: i palestinesi potrebbero portarlo davanti a tale Corte per denunciare la questione dei Territori Occupati e delle numerose risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu non rispettate a tal proposito. E proprio dal medesimo Consiglio di Sicurezza il presidente dell’ANP Abu Mazen si aspetta il prossimo passo, ancora più ambizioso e simbolico ma irto di ostacoli e difficoltà: ottenere il nulla osta alla Palestina come Stato membro dell’Onu, che deve fare i conti con il probabile veto degli USA. Comunque sia l’appello lanciato dal Segretario Generale dell’Onu, Ban ki-Moon, a israeliani e palestinesi “E’ giunta l’ora di rianimare il processo di pace” è chiaro e fa ben sperare per il futuro di un dialogo costruttivo. Inoltre tale vittoria diplomatica dei palestinesi avrà probabili ripercussioni sulle numerose pulsioni nazionaliste e identitarie che i guasti e le falle del mondialismo hanno già provocato e ridestato: si pensi ai tanti fantasmi di Stato disseminati in tutto il mondo. Ad esempio il Kurdistan, che avrebbe dovuto divenire Stato con la fine dell’Impero Ottomano, quindi circa 90 anni fa, senza però mai nascere, conta 14 milioni di curdi in Turchia, 5 milioni in Iraq, 5 milioni in Iran e un milione in Siria, per un totale di ben 25 milioni di curdi (i palestinesi sono “solo” 5 milioni) che vivono sognando una loro patria, e collegato a questo c’è l’Armenia, il genocidio del cui popolo ad opera di estremisti curdi fu istigato a suo tempo dalla Turchia. Ma ci sono tante altre situazioni di instabilità, anche se con diverse gravità e sfumature, come nell’Irlanda del Nord, nei Paesi Baschi, in Catalogna e tutte quelle comprese fra l’Europa sud-orientale e l’Asia, in un’area di enorme interesse geopolitico, per via delle risorse energetiche e di materie prime, per arrivare alla prepotenza cinese in Tibet e al Kashmir. La storia ha insegnato che tali trasformazioni non sono sempre immaginabili e razionali né, tantomeno, semplici modifiche alle cartine geografiche, bensì sono qualcosa di molto più complesso influenzato da moti e spinte di cui è difficile prevedere il punto di arrivo. Di certo in tali processi di cambiamento l’industria degli armamenti svolge, purtroppo, un ruolo fondamentale in virtù dei colossali interessi economici coinvolti: anche questo è un frutto della globalizzazione e dello sfrenato liberismo, spacciando per “crescita” ciò che è in realtà ricerca del massimo profitto e sfruttamento dei più deboli. E’ ancora una volta la guerra del sangue contro l’oro.
1° dicembre 2012 (Roberto Bevilacqua)