Con un
laconico comunicato, la direzione Fiat ha
deciso, in considerazione del «drastico ridimensionamento
degli ordini» in questo inizio 2010, di
adeguare alla domanda l’attuale produzione, vale a dire bloccarla dal 22
febbraio al 7 marzo in tutti gli stabilimenti “Auto”. La cassa integrazione
interesserà, pertanto, in totale circa 30000 operai per due settimane a Mirafiori,
Melfi, Termini Imerese (alla protesta dei 13 dipendenti della Delivery Email -
azienda dell’indotto, da otto giorni sul tetto di uno dei capannoni dello
stabilimento in difesa del loro posto di lavoro, si aggiunge ora anche quella
delle tute blu), alla Sevel (azienda della Val di Sangro, in Provincia di
Chieti), Piedimonte San Germano (Cassino) e Pomigliano d’Arco (anche qui manifestazioni con blocchi stradali dei lavoratori
precari). Un’altra mazzata occupazionale arriva, quindi, dal
settore “Auto” del Lingotto, dopo l’annuncio
dell’ad Marchionne di chiudere lo stabilimento di Termini Imerese a fine
2011 perché “costa troppo a livello logistico”.
Dopo aver usufruito di enormi finanziamenti dalla Cassa per il Mezzogiorno
negli anni passati, dei fondi strutturati della Unione Europea e degli “ecoincentivi”,
più di recente, la strategia dell’Azienda torinese sembra quella di voler far
pressione sul Governo per attingere dalla mucca dello Stato nuovi contributi
nell’ambito della “ecocompatibilità”, tanto per socializzare
le perdite di una gestione malsana e continuare a privatizzarne gli utili sulla pelle
di migliaia di famiglie di lavoratori, spesso monoreddito, la cui
situazione però, stranamente, non riguarda un’azienda “privata” ma solo lo
Stato. Il fermo degli assemblaggi annunciato dalla Fiat è stato definito dallo
stesso Ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, «non opportuno», in
quanto tale cassa integrazione «rende tutto più difficile». Anche il Ministro
del Lavoro, Maurizio Sacconi, ha osservato che la
scelta del Lingotto «interrompe il filo del
dialogo sociale». Sembra pure che la
Fiat abbia un problema di sottocapacità produttiva, ma evidentemente
questo si spiega con la volontà di produrre meno auto in Italia rispetto a
quelle che si vendono, in attesa di aumentare i profitti con altre
delocalizzazioni in paesi esteri dove la mano d’opera è retribuita con stipendi
da fame. Possiamo anche scommettere che, con nuovi “ecoincentivi”, presto convinceranno (o costringeranno…) le famiglie italiane a cambiare l’auto, ma senza “impatto
zero” per le tasche delle medesime. Lo stop immediato a tempo indeterminato, deciso in tarda serata dal Lingotto per le lavorazioni negli impianti di Termini Imerese, non fa che confermare tali sensazioni. (Roberto
Bevilacqua - Portavoce MS-Fiamma Tricolore)
