Non c’è niente da festeggiare – Luca Romagnoli

Non c’è niente da festeggiare Luca Romagnoli—- Paradossale sono i timori le perplessità sollevate dai recenti tentativi di interrompere, intimidire, minacciare o quanto altro è, rappresentati d’ istituzioni, sindacati e Partiti durante le ormai canoniche feste settembrine di Partito. Premetto, ad anticipare i maligni, che la Fiamma non celebra alcuna festa nazionale di Partito, principalmente per ragioni d’economia, ciò non toglie che su queste ultime ragioni ben s’innesta l’opportunità. La crisi economica c’è e condiziona pesantemente la piccola impresa e gli artigiani; la famiglia media italiana è in difficoltà; dell’occupazione giovanile -e non solo- , parlano con preoccupazione sociologi e Presidente della Repubblica; la scuola riapre tra mille irrisolti problemi; la classe politica italiana si avvita in polemiche inconcludenti e pretestuosi tentativi di –secondo i casi-, accelerare o allontanare possibili elezioni anticipate; e potrei con facilità continuare. Cosa cè, per un Partito d’opposizione quanto di maggioranza, da festeggiare mi sfugge, e che effetto possa fare al cittadino (addirittura anche agli esausti militanti, in special modo dei Partiti della sinistra), sentirsi coinvolto in “feste di Partito” mi sembrano ottimi motivi per suggerire quantomeno di far sparire la parola “festa” da siffatte iniziative; aggiungerei che anche il contorno “fieristico” e “ludico” di tali eventi andrebbe rivisto: avvicinarsi ad un Partito, cercare di capire cosa propone, magari partecipare ad un confronto -con le sole armi della dialettica, per carità!-, dovrebbe essere l’unico motivo d’attrazione di queste feste. “Il Partito x, y o z, incontra i cittadini”; “vuole discutere con i cittadini”; “analizza temi e problemi” etc. Per ballare, o altre attività ricreative che non hanno un nesso politico con l’iniziativa è meglio che i cittadini cerchino altro; è soprattutto meglio che non vedano come viene disperso parte del rimborso pubblico che di controvoglia sanno annualmente di elargire. Quindi un po’ di solidarietà a chi pensava di partecipare ad un libero dibattito durante una “festa di Partito” e magari si è dovuto allontanare in fretta e furia, ma soprattutto solidarietà a quegli italiani che di festeggiare (con un Partito, per giunta), in questo momento non sentono alcuna necessità. ———– Big Society ———– “Meno Stato più società”, così titolava un editoriale qualche giorno fa sul Corriere della Sera, M. Ferrera, prendendo le mosse dal programma del Primo Ministro britannico Cameron (conservatore): limitare l’intervento dello Stato nella sfera sociale promuovendo in proposito le iniziative locali, territoriali, che possono garantire risparmi e miglior funzionalità. In Italia è possibile? Attraverso federalismo e sussidiarietà sostengono in molti. Noi che dello “stato Sociale” e “nazionale” abbiamo sempre fatto dogma dobbiamo avere la capacità di interrogarci in proposito: tracciare nuovi confini tra Stato e Società, insomma. Possiamo accogliere nel nostro progetto politico, proprio in relazione all’attualità dei problemi che il rapporto tra Stato e Società sollecitano, l’idea di una “Big Society”, ma questa presuppone: – una cultura, una sensibilità sociale e soprattutto un civismo che non ci sono; – Organizzazioni territoriali intermedie, uno stato efficiente con istituzioni ben correlate; – Legalità diffusa e indifferenziata, come pure effettive pari opportunità tra Nord e Sud; – Eticit‡ della classe politica (iniziamo con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici ed ineleggibilità dei condannati in via definita per reati di chiara incompatibilità). Per questo “tracciare nuovi confini” si può, ma per rimanere nell’attualità proponiamo di realizzare le riforme di Stato e Società attraverso una “Nuova Carta Costituzionale”, che riequilibri, ridisegni ruoli e competenze (e modi d’ elezione e/o scelta) delle istituzioni: Nessuna maggioranza, nessuna Commissione bicamerale, riuscirà, nell’arco di una legislatura, in questo. Eleggiamo per questo con proporzionale puro e senza sbarramento un’Assemblea Costituente che nel tempo limite di un anno porti l’Italia nel Terzo Millennio. Di fatti, siamo ancora nella prima Repubblica e, dal 1946 ad oggi, solo i passatisti possono sostenere che le “cose non sono cambiate”. ——————– Sviluppo industriale ——————– Il Presidente Napoletano: “l’Italia vuole avere un’industria e una politica industriale” (a proposito dell’interim ministeriale dopo le note dimissioni di Scajola) e “1 giovane su 4 interessa solo la statistica” (a proposito dell’ inoccupazione giovanile). Certo giusto, ma non è facile ora che: l’industria pesante è dismessa da un quarto di secolo (da anni vendiamo pure il rottame ferroso in oriente per poi importare acciaio e laminati); la delocalizzazione è stata favorita in ogni modo e nessun “regime premiale” vige per chi continua a produrre in Italia; consentiamo importazioni senza assicurare congruità con gli standard sociali, ambientali e qualitativi italiani ed europei. Quanto ai giovani: la precarietà e la mobilità avrebbero dovuto creare il lavoro che per tutti non c’era, invece queste dissennate politiche “liberiste”, della sinistra come del centrodestra italiano, hanno solo prodotto maggior indebitamento con le banche e nessuna prospettiva. Altro che “quoziente familiare”! Unico ammortizzatore sociale la famiglia tradizionale. ———————- I precari e la Gelmini ———————- Spiace per quanti sono i precari della scuola, ma non sono diversi da tanti altri che di lavoro precario vivono nel nostro Paese. Anzi una differenza c’è: questi ultimi s’arrabattano cercando lavoro nei campi, nel piccolo commercio, in alcuni servizi (dai sociali agli informatici); i precari della scuola (come i lavoratori socialmente utili), eterni supplenti senza concorso, anche senza titolo adeguato (i diplomati ad esempio), sono stati anche cooptati per clientela, sono stati certamente anche illusi. È indispensabile un riordino della scuola e dell’università, ma sono anche indispensabili politiche e sostegno alla ricerca e alla formazione; sono anche però indispensabili retribuzioni adeguate, visto che gli insegnanti italiani in Europa non sono certo quelli meglio pagati, e la restaurazione di una dignità personale e professionale che non c’è più da anni. Altrimenti è facile associarsi alla solidarietà e al pianto dei coccodrilli sindacali.