PADOVA – ROSARNO

Padova, 10 gennaio 2010

Non si può non condannare la rivolta degli extracomunitari, che spaccando vetrine e rovesciando auto hanno utilizzato strumenti errati per denunciare una situazione intollerabile nella quale i latifondisti calabresi, con la complicità della mafia locale, li tengono soggiogati.
Ma lavorare per soli cinque mesi l’anno, aspettando il raccolto successivo, guadagnare in nero due euro l’ora, dormire in cinquanta in una cisterna abbandonata, come lo vogliamo chiamare, se non schiavitù? Se Maroni si accorge solo adesso di una situazione del genere, che unicamente nelle stanze ovattate di privilegi dei nostri amministratori non si comprendeva nella sua gravità, vuol dire che l’incompetenza regna sovrana, e che il pensiero unico del “siamo fuori dal tunnel, in Europa stanno peggio di noi” è diventato un karma che ha addormentato le coscienze del popolo italiano.
I celerini che intervengono una tantum in un luogo in cui anche il comune è stato sciolto per  infiltrazioni mafiose, la ‘ndrangheta, i latifondisti, il caporalato, che imperversano senza ritegno, è la chiara resa senza condizioni della legge nei confronti della prevaricazione, la capitolazione del diritto nei confronti della criminalità e della malavita.
Bisogna estirpare il male alla radice, mettendo in galera i negrieri che oggi si fanno chiamare “caporali”, impedendo ai cosiddetti imprenditori agricoli di far lavorare in nero gente a due euro l’ora (e se non si adeguano, espropriazione delle terre e creazione di consorzi agricoli pubblici gestiti da disoccupati calabresi), lottando senza esclusione di colpi contro la criminalità organizzata che sovrintende tutto il business, senza che nessuno degli amministratori, locali e romani, sembri
rendersene conto. Per fermare l’immigrazione, quindi, giustizia sociale e lotta allo sfruttamento, e non solo in Calabria: ci riusciranno i nostri campioni?

Bruno Cesaro
Fiamma Tricolore