PERCHÈ NACQUE L’IRI

Perchè nacque l’IRI La rilettura del libro di Massimo Pini, ‘I giorni dell’IRI’(*), rivela una situazione straordinariamente simile alla crisi finanziaria globale attuale, che fu affrontata in Italia – un’Italia infinitamente più povera di oggi – con soluzioni diverse, anzi opposte a quelle imposte oggi dall’ideologia liberista americana. Primi decenni del ‘900. In Italia, esordisce Pini, il problema dei problemi era sempre stato il finanziamento delle imprese, per la scarsità dei capitali nazionali. I capitalisti senza capitale, insomma. Già ai tempi di Giolitti alcuni economisti s’erano opposti alla ideologia del «tutto privato», avendo compreso che era necessario promuovere il piccolo risparmio, raccoglierlo, proteggerlo dalla predazione delle banche, e organizzarlo e dirigerlo allo sviluppo. Ciò aveva portato nel 1924 alla creazione dell’ICIPU (Istituto di credito per le imprese di pubblica utilità) per accelerare gli investimenti nella produzione di energia elettrica, e all’Istituto Nazionale delle Assicurazioni (INA), per opera di Bonaldo Stringher, governatore della Banca d’Italia, e Beneduce. Due massoni e antifascisti. Tuttavia la principale fonte di finanziamento per le grandi imprese restavano le banche. Banche private, la prima delle quali (Banca Commerciale Italiana) nata con capitali esteri degli ebrei tedeschi Otto Joel e Federico Weil, fu creata nel 1894 per profittare della nascente espansione industriale italiana. Gli industriali privati italiani non vollero, o non riuscirono, a fornire capitali propri sufficienti per finanziare questa espansione. In breve, quattro grandi banche private (Comit, Credito Italiano, Banco di Roma, Banca Italiana di Sconto) dominarono il capitalismo italiano. Come? Usavano i depositi (a breve) dei piccoli risparmiatori per finanziare gli investimenti industriali, immobilizzandoli a lungo termine; in cambio, volevano come garanzia pacchetti azionari delle aziende. Finendo di fatto per controllarle. Era quel tipo di comportamento incestuoso che portò alla crisi del ‘29 in USA, e che fu vietato (a crisi avvenuta) dalla legge Glass Steagall, che decretò la separazione fra attività bancarie di depositi e prestiti commerciali e l’attività di banca d’affari speculativa. Oggi il problema si ripresenta aggravato: la legge Glass Steagal è stata abolita nel 2000, e sono bastati nove anni di libertà bancaria, di «creatività» e di dispersione del credito con derivati e cartolarizzazioni, di speculazioni con fondi d’investimento, hedge funds, private equity funds, eccetera, per far esplodere il nuovo crack, e lo spreco di trilioni di dollari di risparmi. Pini riferisce una testimonianza insospettabile ed illuminante: uno scritto di un banchiere antifascista, esoterico e massone, anzi il capo intellettuale organizzativo dell’antifascismo dei poteri forti nel cuore stesso del ventennio fascista, Raffaele Mattioli: «Alla vigilia della crisi del 1930-31 la struttura delle grandi banche di credito ordinario aveva subito deformazioni stupende. Il grosso del credito da esse erogato, miliardi miliardi di lire di allora, era fornito ad un ‘ristretto’ numero di aziende, che con quell’aiuto avevano potuto svilupparsi notevolmente ma senza poterne più fare a meno… Le banche erano ancora ‘banche miste’ sotto l’aspetto formale, ma nella sostanza erano divenute ‘banques d’affaires’, istituti di credito mobiliare legati a filo doppio alle sorti delle industrie del loro gruppo». Le quattro grandi banche private erano (parole di un altro economista, Riccardo Bachi) «onnipresenti in ogni azienda, in ogni impresa, in ogni speculazione. Gli azionisti, i depositanti e i clienti delle quattro banche sono soci senza saperlo di una serie svariatissime di aziende… un giro d’affari veramente enorme». Banche-azioniste dei grandi gruppi, coi soldi dei depositanti ignari. Delle Goldman Sachs, però «de noantri», all’italiana. Infatti, italianamente, i grandi industriali finanziati da queste banche che erano divenute loro socie, invece di produrre, usarono i capitali per scalare le stesse banche, acquisirne il controllo, e con ciò mettere le mani sui risparmi dei risparmiatori per il proprio vantaggio. Nel 1918 i fratelli Perrone (padroni dell’Ansaldo) rastrellarono un grosso pacco di azioni Comit; Giovanni Agnelli (il nonno capostipite) scalò il Credito Italiano nel 1920. E i banchieri come reagirono? Dapprima cercarono accordi con gli scalatori; dopo, diedero soldi (miliardi) a «gruppi amici» perchè acquistassero pacchetti delle loro azioni, onde mantenere il controllo di se stesse. Insomma: invece di fare credito e fidi a chi ne aveva bisogno, alle piccole e medie imprese dell’economia, sprecarono il risparmio dei depositanti in questa guerra incestuosa. L’effetto di questa guerra azionaria è descritto da un altro insospettabile, Giovanni Malagodi, futuro fondatore del Partito Liberale, allora protetto da Mattioli in quel covo di antifascisti amici dei poteri forti che era l’ufficio studi della Comit. Cosa dice il banchiere Malagodi delle banche-azioniste di allora? «Del lavoro ordinario, con la clientela piccola, media, medio-grossa, si era perduto il gusto, la tecnica, la tradizione». Non è accaduto lo stesso oggi? Esattamente lo stesso. Anzichè fare il lavoro vero, andare a visitare le fabbriche di chi chiede un credito in modo da valutarne con competenza le prospettive, i nostri banchieri hanno fatto profitti rifilandoci mirabolanti bond argentini, eccezionali titoli Parmalat, lucrosissimi derivati sulla Thailandia ed Hong Kong, o le ultime creazioni finanziarie di Lehman e di Merrill Lynch. Spesso condizionando il fido all’acquisto di questi titoli: se non accetti questo nostro prodotto derivato indonesiano, dicevano al piccolo imprenditore, non ti diamo il fido. Hanno fatto lo stesso con Comuni e Regioni, offrendo prodotti incomprensibili che avrebbero dovuto spalmare indebitamenti già colossali nel tempo, lasciandoli sul gobbo delle future amministrazioni. Con questi metodi, hanno devastato aziende sane, distrutto l’economia reale anzichè sostenerla, e ingigantito i debiti di Comuni e Regioni. Nel secondo decennio del ‘900, la corsa ai rastrellamenti e contro-rastrellamenti azionari dei propri pacchetti di controllo coi soldi dei piccolo risparmiatori ignari portò la Banca Italiana di Sconto (BIS) alla bancarotta: dicembre 1921. Il crack avvenne sotto governi liberisti, Bonomi e Facta. E il governo Bonomi, fedele all’ideologia, non volle salvare la BIS: era una società privata dopotutto, non si dovevano spendere per essa soldi pubblici. Esattamente allo stesso modo e con la stessa ideologia, la Federal Reserve e il Tesoro USA si sono rifiutati di salvare la Lehman Brother (magari per togliere di mezzo un concorrente a Goldman Sachs), e con ciò hanno dovuto poi stanziare 780 miliardi di dollari pubblici per salvare tutto il sistema, senza riuscirci. Anche in Italia nel 1921, il crollo della BIS innescò il possibile crollo del sistema. Il Banco di Roma fu immediatamente sull’orlo della bancarotta. Ma nel ‘22 fu instaurato il regime fascista. Per alcuni mesi, il ministro del Tesoro di Mussolini fu Vincenzo Tangorra, che era un esponente (tenetevi forte) del Partito Popolare, insomma democristiano. Gravemente malato, dovette dimettersi. Il nuovo ministro Alberto De Stefani, il 20 dicembre 1922 si recò a trovare Tangorra «nella sua modesta abitazione in viale Mazzini 13» (i ministri abitavano allora in modeste abitazioni) per il passaggio delle consegne. Si consultò: che dobbiamo fare con il Banco di Roma? Lasciarlo cadere senza intervento pubblico? Tangorra trasse da sotto il cuscino un biglietto autografo del duce che gli ordinava il salvataggio della banca (legata a capitali del Vaticano), dandogli facoltà di impegnare il Tesoro, in attesa di una legge che ratificasse quella decisione. Insomma il fascismo salvò la banca. Anche Bernanke e Geithner hanno salvato le banche con denaro pubblico. Ma stando bene attenti a mantenere il potere sulle banche in mano ai gestori e agli azionisti privati, colpevoli della crisi. Invece, Mussolini, «provvede, ma cambia le persone». Infatti «il nuovo governo, un anno dopo la sua salita, trova il Banco di Roma in condizioni difficili, ma sente che la banca è un organo della vitalità nazionale: non ha il concetto che sia un’impresa privata come il commercio delle patate». Questa frase fu pronunciata da un avvocato difensore durante il processo della banca lasciata fallire, la BIS: Su quel crack si tenne infatti un processo, davanti al Senato divenuto organo giudiziario, dal 1924 al 1926: tutti gli imputati furono assolti. I poteri forti restavano abbastanza forti, in Italia, da garantire la propria impunità. Tuttavia l’aria era cambiata. Anche se banchieri e «grandi» industriali tardarono a capirlo. I banchieri privati continuarono a prestare denaro ai «grandi» (e solo a loro), senza provarsi a penetrare i problemi tecnici delle aziende che finanziavano, perdendo insomma la competenza necessaria a chi per mestiere fa fidi; i grandi industriali, dal canto loro, puntavano alla propria espansione aumentando il proprio indebitamento. Volevano diventare «troppo grandi per fallire», come le banche americane ed europee di oggi. Quando si è troppo grandi per fallire, lo Stato «deve» aiutarti, e – speravano senza condizioni. Il calcolo comune dei compari, banchieri e industriali, era: puntiamo sulla svalutazione della lira che non mancherà, e sull’inflazione conseguente, che dilaverà i nostri debiti. Anzi, con l’inflazione prossima ventura, le azioni delle imprese di cui avevano fatto incetta si sarebbero rivalutate, e i profiti delle imprese sarebbero schizzati in alto (in termini monetari), assicurando grassi profitti ai banchieri azionisti-creditori. Così avrebbero non solo evitato le conseguenze delle loro errate previsioni, ma anche guadagnato: a spese del risparmio che già saccheggiavano per i loro comodi, e dei risparmiatori che contavano di spogliare con l’inflazione sperata. Lo disse chiaramente Giuseppe Toeplitz, l’ebreo-polacco divenuto capo della Comit: «La possibilità di una ripercussione sui cambi (ossia della svalutazione) consiglia di tenere, come abbiamo, valori effettivi (cioè pacchetti di azioni, titoli di proprietà delle imprese) anzichè crediti in lire». In parole più chiare: restringiamo ancora i fidi all’economia reale, immobilizziamo ancora più soldi nelle partecipazioni azionarie; strangoliamo l’economia, in vista dei profitti nostri. Calcolo sbagliato. Il regime aveva intrapreso il risanamento finanziario, impegnandosi nel rafforzamento della lira. Una decisione di Mussolini, che oggi si può discutere: ma allora al governo parve urgente e primario difendere il risparmio dei piccoli, rafforzandone il potere d’acquisto, onde attrarre lealmente i piccoli risparmiatori alla creazione di un capitale nazionale antagonista alle banche e ai grossi imprenditori semi-monopolisti. Come oggi, la crisi (del 1929) piombò sul mondo partendo dagli USA iper-liberisti e iper-finanziarizzati. Nel 1931 cominciò (col fallimento di una banchetta austriaca, il bello della prima globalizzazione) la seconda ondata di fallimenti di banche americane; persino la sterlina dovette uscire dal sistema aureo mondiale. Strangolate dalla lira «forte» (faceva aggio sull’oro), la Comit e il Credit si trovarono subito nei guai con i loro soldi immobilizzati in azioni e partecipazioni incrociate, il cui solo scopo era mantenere il controllo delle banche stesse in mano ai soliti e pochi noti. Inflazione, inflazione!, invocavano i banchieri privati. Ma nel maggio 1932 Mussolini scrisse sul Popolo d’Italia: «La crisi del mondo non si guarisce annegandola nella carta torchiata». Ma già nel settembre 1931 l’ebreo polacco Toeplitz, esoterico padrone di Comit, si dovette presentare a Mussolini con un progetto di salvataggio della banca sua e di Credit. L’idea di Toeplitz era un classico: esattamente quella che hanno imposto le banche USA al governo USA oggi. Voi, signori dello Stato, ci date i soldi (pubblici) per ricapitalizzarci, e noi in cambio vi diamo a garanzia un po’ di azioni delle aziende che controlliamo. Le azioni che vogliamo noi, quelle delle aziende decotte; le migliori, ce le teniamo. Era stato creato già nel ‘26 l’Istituto di Liquidazione, ente pubblico che aveva già incamerato le partecipazioni in mano a Bankitalia dopo i salvataggi precedenti (che s’era riempita di quei titoli per salvare le banche private, lasciando al loro posto i malfattori). Oggi, in USA, le grandi banche hanno rifilato alla FED e al Tesoro (ai contribuenti) i ben noti «titoli tossici», i prestiti inesigibili, che non valgono nulla, in cambio di quasi un triliardo di dollari. Nel 1931, Toeplitz fu accolto dalle urla di Alberto Beneduce, che Mussolini s’era affiancato come fiduciario («dittatore») all’economia: «Le urla incomposte di Beneduce mi hanno riportato alla realtà», scrisse Toeplitz al figlio, evidentemente ancora tremante: «già prima della riunione tutto era stato preordinato e deciso, dietro alle mie spalle, con la solita disciplina fascista». Alberto Beneduce era il contrario di un fascista, era socialistoide e massone. Ma conosceva i suoi polli, era competente al contrario dei banchieri, e, da patriota risorgimentale, aveva chiara la necessità di risolvere il problema endemico del capitalismo privato all’italiana – la scarsità dei capitali di rischio – con l’organizzazione del piccolo risparmio privato per impiegarlo allo sviluppo. Beneduce inventò – novità assoluta, poi adottata in qualche modo dal Terzo Reich per il miracolo economico tedesco – le obbligazioni industriali garantite dallo Stato. I risparmiatori potevano così contribuire a finanziare l’industria elettrica, telefonica, cantierista e grandi opere pubbliche, con la garanzia di non perdere tutto: il rischio era coperto dallo Stato. Ma che cosa aveva urlato Beneduce «incompostamente» a Toeplitz? Probabilmente, che era finita l’era in cui i banchieri potevano farsi salvare rifilando allo Stato solo il peggio. A gennaio 1933 un regio decreto creava l’Istituto di Ricostruzione Industriale, con presidente Beneduce e direttore generale Donato Menichella (ex Bankitalia). Il 13 aprile 1934 un comunicato informò gli italiani che le tre grandi banche avevano trasferito all’IRI tutto il loro patrimonio di partecipazioni industriali. Furono sciolti i consorzi di difesa delle banche dalle scalate (che erano partecipazioni incrociate). L’IRI si trovò ad avere il controllo del 94% di Comit e del Banco di Roma, e del 78% di Credito Italiano. Fu il contrario di quanto è accaduto oggi: dove gli Stati hanno salvato le banche con denaro pubblico, ma senza prenderne la proprietà, e senza cambiare i manager nè espellere gli azionisti colpevoli. Con tale azione fu salvata in realtà la Banca d’Italia, la quale nel tentativo di salvare le banche private aveva acquisito verso di loro un credito di 8 miliardi di lire di allora (per confronto, l’intera circolazione monetaria era di 13 miliardi), del tutto inesigibile. Fu l’IRI (ossia lo Stato) ad accollarsi l’immenso onere. Come? Accendendo un debito verso la Banca d’Italia allo 0,75%, con scadenza a dicembre… 1971. Un altro debito fu contratto con le banche private al 4%, scadenza 1953: la guerra, e la successiva inflazione, ridussero praticamente a zero questo debito, mentre i valori delle partecipazioni industriali si rivalutavano. Era il progetto dei banchieri; ma stavolta a guadagnarci fu l’IRI, insomma la nazione. I banchieri privati, in cambio dello sgravio della immane massa di crediti irrealizzabili (i titoli tossici di allora) dovettero impegnarsi per iscritto a fare «investimenti di pronta liquidità, escluso ogni immobilizzo di carattere industriale, anche sotto forma di partecipazioni azionarie». Era la legge Glass-Steagal italica: la separazione del credito ordinario da quello di banca d’affari. L’IRI era nato, si può dire, per una situazione di emergenza («Per caso», disse Einaudi). Ma Beneduce e Mussolini decisero di farne il braccio esecutivo della politica economica nazionale, a cui le potenze occidentali avevano imposto le sanzioni, che rendeva necessaria un’economia autarchica. Si trattava, nonostante l’embargo mondiale, di far vivere il lavoro e le industrie d’interesse nazionale, valorizzare l’Etiopia da poco conquistata, mantenere le aziende d’eccellenza, con le loro preziose competenze umane, che i privati abbandonavano per la restrizione dei mercati. La volontà ideologica, e il deliberato antagonismo verso il capitale privato risultano chiarissimi da un promemoria dell’IRI datato 5 maggio 1937, dove si dice che «il fascismo» è rispettoso dell’autonomia di governo delle aziende, e poi si aggiunge: «Ma in un Paese come il nostro, dove la maggior parte degli esponenti delle classi plutocratiche e capitalistiche ha concepito i suoi rapporti con lo Stato come un continuo tentativo di predazione dello Stato, era inevitabile» l’antagonismo pubblico-privati. Altrimenti, «per conservare l’ambiente favorevole (al mercato: business friendly, dicono oggi gli americani) l’IRI avrebbe dovuto in ogni occasione mollare». Mollare, ovviamente, le aziende irizzate: una volta risanate dall’ottima gestione dei Beneduce e dei Menichella, i grandi privati erano disposti, benignamente, a riprendersele. Ma Mussolini aveva già ordinato nel 1934: «Nessuna vendita agli Agnelli da parte dell’IRI di azioni Edison o ILVA. E’ mia convinzione che invece di gonfiare, sarebbe meglio deflazionare il complesso Agnelli, che va dalle auto ai cantieri, dai giornali agli alberghi di montagna». Parole sante, si potrebbe dire. Oggi del tutto dimenticate dai «padri della patria» che dopo aver ingrassato Agnelli, finirono sullo yacht Britannia a svendere (pardon, privatizzare) i tesori IRI. Perduta la guerra, nel 1944 i vincitori americani pretendevano ovviamente l’abolizione dell’IRI e la sua privatizzazione, tipo Britannia. Toccò al non-fascista Menichella (che era rimasto all’IRI fino al ‘43) tener duro, e spiegare agli occupanti quanto segue: l’Italia non ha mai avuto un vero settore finanziario, sicchè solo i gruppi industriali s’erano fatti avanti per diventare azionisti delle banche decotte. Ma, spiegò Menichella, gli industriali «miravano a trovare nelle banche il denaro dei depositanti e correntisti per sviluppare le proprie imprese… e per coprire gli esborsi per le sottoscrizioni delle azioni bancarie, che così diventavano esborsi fittizi». Insomma, volevano comprarsi le banche con i depositi trovati nelle banche stesse. Esattamente quel che fecero gli americani, a cui Ciampi vendette decenni dopo la Nuovo Pignone, azienda IRI, leader di mercato mondiale delle grandi turbine e concorrente degli USA, per mille miliardi di lire: e la Nuovo Pignone aveva – guarda caso – mille miliardi di portafoglio d’ordini. Altri tempi. Allora Menichella concluse nei suoi colloqui coi vincitori: lo Stato, fascista o no, non poteva che «tirare le conseguenze, e riconoscere puramente e semplicemente che lo Stato era il vero padrone delle banche e il vero padrone delle industrie possedute dalle banche stesse». E gli americani? Dopotutto, anche loro avevano avuto l’economia semi-statalizzata di guerra, e il New Deal Rooseveltiano che era in parte una copia dell’IRI. Rimandarono la depredazione a tempi migliori, e a migliori «padri della patria» altrui, Ciampi, Prodi e Draghi. L’IRI sopravvisse e potè ancora contribuire al miracolo economico degli anni ‘60, e alla conquista di ampi mercati europei, grazie anche all’energia a basso costo di cui le industrie nazionali poterono godere da un altro ente creato dall’antifascista Mattei sul modello IRI: l’ENI. Ma il regime pluri-partitico, e il sindacalismo, avrebbero finito per fare dell’IRI un distributore di mazzette e di salari superflui. La chiara visione ideologica era perduta. Forse, un fenomeno IRI non può esistere sotto la «democrazia» come oggi la conosciamo. (*) Massimo Pini, «I giorni dell’IRI – Storie e misfatti da Beneduce a Prodi», Mondadori, 2000. Imprenditore socialista, fondatore della SugarCo, Massimo Pini è stato uno dei più stretti collaboratori di Bettino Craxi. Per conto di Craxi – cioè per un progetto di difesa dell’economia pubblica nazionale – è stato due volte nel consiglio d’amministrazione RAI, e nel comitato di presidenza dell’IRI tra il 1986 e il 1992. Nel ’93 il capo del governo Amato l’ha voluto come consulente alle privatizzazioni; pare di capire che non abbia ascoltato i suoi consigli.

Fiamma Tricolore – Trentino

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