PRATO – L’industria brucia, lo Stato dorme


Una delle notizie che leggo e che turbano la mia mattinata è delle più orrende, potrei tradurre questa notizia come “omertà dello Stato” o “complicità dello Stato”. Si, perché lo Stato Sociale dovrebbe essere garante dei cittadini, dovrebbe intervenire sulle norme che vigono in tema di sicurezza sul lavoro e sopratutto legalità. La fabbrica colpita dall’incendio ha fatto sette vittime, sette cinesi che lavoravano e dormivano in una delle quattro mila aziende cinesi in Italia che praticano il “culto dell’illegalità” e tutto questo viene permesso grazie ad uno “Stato inerte e complice di queste tragedie”, che non fanno onore nè alla categoria dei lavoratori nè alla categoria degli imprenditori. Si ha l’impressione che nel nostro Paese l’attuale “classe politica e istituzionale stia prediligendo la tattica di girarsi dall’altra parte”. Anche Scampia è una zona franca e anche qui lo “Stato sta in silenzio”. I cinesi sono una comunità protetta dalla loro patria, dalla quale nessuno degli immigrati qui, specie se di prima generazione, intende staccarsi. Qualche timido intervento dei vigili urbani, per esempio a Milano in zona Sarpi, per regolarizzare l’attività dei grossisti, provocò addirittura l’intervento del console e qualche grattacapo al governo che si è dimostrato fragile di fronte alle relazioni che invece avrebbero dovuto essere risolutorie e razionali. “C’è da dire che di mezzo c’è la mafia cinese che garantisce credito, si occupa di trasferire i lavoratori, poi presiede alle rimesse e fa affari con gli imprenditori”. Lo scorso maggio la Guardia di Finanza rese noti i dati dell’enorme flusso di denaro spedito clandestinamente dall’Italia alla Cina negli ultimi cinque anni: 4,5 miliardi di euro. In particolare da Prato partono alla volta di quel paese, secondo i finanzieri, 430 milioni di euro l’anno. Secondo quelli della commissione parlamentare d’inchiesta sulla Contraffazione, il nero sino-pratese arriva addirittura a un miliardo l’anno. I cinesi hanno messo in ginocchio il tessile cittadino. Il macrolotto 1 è l’area industriale a sud della città, 600 mila metri quadri di capannoni, dove ancora nel 2001 lavoravano 38 mila italiani e si sfruttavano cinque miliardi di euro l’anno. Oggi il fatturato del nostro tessile è sceso di un miliardo e 600 milioni, le aziende che erano 5800 nel 2001, oggi sono meno di 3000, nel settore non lavorano più di 18 mila italiani. Le ditte cinesi sono 4000 e impiegano almeno 30 mila connazionali. I cinesi vengono sopratutto dalle provincie orientali dello Zhejiang e del Fujian. “Direi che la diplomazia, i sindacati, le forze dell’ordine, i politici, dovrebbero cessare questa illegalità e questo sfruttamento insito di schiavitù, evitando di far finta di non vedere o di tacere per loschi vantaggi e privilegi”.

Luciano Surace

(immagine tratta da internet)