REGGIO CALABRIA – Fiamma Tricolore ricorda le vittime delle foibe

La Fiamma ricorda i martiri delle Foibe.

Reggio Calabria 8 febbraio 2011 – In occasione della giornata del ricordo per le vittime delle Foibe, la federazione provinciale reggina del MSI-Fiamma Tricolore, con il prezioso supporto dei militanti della sezione di Villa San Giovanni guidata da Antonio Giordano, sarà presente nella Piazza Municipio di Villa San Giovanni dalle ore 19.00 in un sit-in che culminerà con la deposizione di un cuscino di rose rosse ai piedi del monumento ai caduti italiani di tutte le guerre.

Ma cosa sono le foibe? Propriamente il termine foiba indica delle cavità carsiche di origine naturale con ingresso a strapiombo ma c’è qualcosa di più oltre l’intrinseco significato lessicale. Si tratta solo di un termine, di una parola usata per indicare qualcosa … o di un pezzo di storia vilmente nascosta per 60 anni per opportunismo politico?

Siamo nell’autunno del ’43: nei territori dell’Istria i partigiani delle formazioni slave fucilarono e gettarono nelle foibe centinaia di cittadini italiani, cosiddetti “nemici del popolo” semplicemente perché di nazionalità italiana. Il numero delle vittime stimate: un migliaio. Successivamente, nel 45, il fenomeno delle foibe raggiunse la sua massima intensità. Tra marzo e aprile, anglo-americani e jugoslavi s’impegnarono nella corsa per arrivare primi a Trieste. Giunse per prima l’ armata di Tito. Gli ordini di Tito e del suo ministro degli esteri Kardelj furono quelli di eliminare dalla futura Jugoslavia i non comunisti. Capo d’accusa? Colpevoli di essere italiani o contrari al regime comunista. La persecuzione proseguì fino alla primavera del 1947, fino a quando venne fissato il confine fra l’Italia e la Jugoslavia.

Numero delle vittime stimate: ancora oggi se ne discute. In totale, si parla di circa 20.000 morti sulle basi statistiche dei dispersi, su testimonianze degli abitanti del luogo e su perizie volumetriche delle cavità (ad esempio, la foiba di Basovizza venne richiusa causa l’impossibilità di recuperare completamente tutti i metri cubi di corpi in putrefazione che si trovavano nella cavità) da aggiungere ai circa 350mila dalmati, istriani e fiumani esiliati.

Come si moriva nelle foibe? Qualcuno parla di fucilazioni, altri di torture, altri ancora, ipotesi più attendibile poiché confermata dai racconti di qualche fortunato superstite,di atroci metodi al limite delle barbarie: le vittime venivano condotte, dopo efferate sevizie, nei pressi della foiba; qui gli aguzzini, non paghi dei maltrattamenti già inflitti, bloccavano i polsi e i piedi tramite filo di ferro spinato ad ogni singola persona con l’ausilio di pinze e, successivamente, legavano gli uni agli altri. I massacratori si divertivano a sparare al primo malcapitato del gruppo che ruzzolava nella foiba spingendo con sé gli altri.

La testimonianza di uno fra i sopravvissuti, Giovanni Radeticchio di Sisano, non lasciando spazio ad altre ipotesi, parla da sola: “…giungemmo stanchi ed affamati a Pozzo Littorio dove ci aspettava una mostruosa accoglienza; piegati e con la testa all’ingiù fecero correre contro il muro Borsi, Cossi e Ferrarin. Caduti a terra dallo stordimento vennero presi a calci in tutte le parti del corpo finché rinvennero e poi ripetevano il macabro spettacolo. Chiamati dalla prigionia al comando, venivano picchiati da ragazzi armati di pezzi di legno. Alla sera, prima di proseguire per Fianona, dopo trenta ore di digiuno, ci diedero un piatto di minestra con pasta nera non condita. Anche questo tratto di strada a piedi e per giunta legati col filo di ferro ai polsi due a due, così stretti da farci gonfiare le mani ed urlare dai dolori. Non ci picchiavano perché era buio. Ad un certo momento della notte vennero a prelevarci uno ad uno per portarci nella camera della torture. Era l’ultimo ad essere martoriato: udivo i colpi che davano ai miei compagni di sventura e le urla di strazio di questi ultimi. Venne il mio turno: mi spogliarono, rinforzarono la legatura ai polsi e poi, giù botte da orbi. Cinque manigoldi contro di me, inerme e legato, fra questi una femmina. Uno mi dava pedate, un secondo mi picchiava col filo di ferro attorcigliato, un terzo con un pezzo di legno, un quarto con pugni, la femmina mi picchiava con una cinghia di cuoio. Prima dell’alba mi legarono con le mani dietro la schiena ed in fila indiana, assieme a Carlo Radolovich di Marzana, Natale Mazzucca da Pinesi (Marzana), Felice Cossi da Sisano, Graziano Udovisi da Pola, Giuseppe Sabatti da Visinada, mi condussero fino all’imboccatura della Foiba. Per strada ci picchiavano col calcio e colla canna del moschetto. Arrivati al posto del supplizio ci levarono quanto loro sembrava ancora utile. A me levarono le calze (le scarpe me le avevano già prese un paio di giorni prima), il fazzoletto da naso e la cinghia dei pantaloni. Mi appesero un grosso sasso, del peso di circa dieci chilogrammi, per mezzo di filo di ferro ai polsi già legati con altro filo di ferro e mi costrinsero ad andare da solo dietro Udovisi, già sceso nella Foiba. Dopo qualche istante mi spararono qualche colpo di moschetto. Dio volle che colpissero il filo di ferro che fece cadere il sasso. Così caddi illeso nell’acqua della Foiba. Nuotando, con le mani legate dietro la schiena, ho potuto arenarmi. Intanto continuavano a cadere gli altri miei compagni e dietro ad ognuno sparavano colpi di mitra. Dopo l’ultima vittima, gettarono una bomba a mano per finirci tutti. Costernato dal dolore, non reggevo più. Sono riuscito a rompere il filo di ferro che mi serrava i polsi, straziando contemporaneamente le mie carni, poiché i polsi cedettero prima del filo di ferro. Rimasi così nella Foiba per un paio di ore. Poi, col favore della notte, uscii da quella che doveva essere la mia tomba…”.

Dopo più di mezzo secolo, chi ha governato dalla fine della guerra ha finto di ricordare l’olocausto degli italiani del nord-est per mani dei partigiani jugoslavi ed il beneplacito di quelli italiani. Questo perché oggi è diventato politicamente conveniente demonizzare i comunisti mentre prima non lo era. Noi del MSI-Fiamma Tricolore ricordiamo quei martiri da sempre e abbiamo fatto del “Giorno del ricordo” ogni giorno degli ultimi 60 anni della nostra storia.

Francesca Latella Responsabile coordinamento femminile