ROMA – Acqua privata: altra malefatta di Gian… “Burrasca”

Cambiano le amministrazioni capitoline ma i problemi per i cittadini romani rimangono, anzi, si acuiscono. Dopo la lunga egemonia delle precedenti giunte rosse targate Rutelli e Veltroni, in molti avevano sperato in una svolta con l’elezione di Gianni Alemanno a primo cittadino della Capitale ma, a quasi due anni dal suo insediamento, sembra di poter constatare un “nulla di fatto”. Se il problema nomadi e quello degli ambulanti abusivi erano costati, insieme a numerose altre incapacità, la sconfitta al centro-sinistra, va rilevato, infatti, il sostanziale fiasco del “piano nomadi” dell’attuale giunta PdL che ha comportato un mero spostamento geografico degli insediamenti senza intaccare alle radici la questione, come del resto sono rifioriti ovunque i “pataccari” orientali e nordafricani. Anche il “piano traffico” della gestione Alemanno, al di là di proclami, buoni propositi e dichiarazioni d’intento, si è mostrato l’ennesimo fallimento in materia, registrando, anzi, un aggravamento della mobilità cittadina: sono ancora sotto gli occhi di tutti i giganteschi ingorghi che, mai come prima nel mese precedente le festività natalizie, hanno paralizzato la città. Ma Roma aveva anche il triste primato delle buche e delle pavimentazioni stradali ammalorate, cui Veltroni aveva cercato di porre rimedio con uno strano maxi-appalto (realizzato “ad hoc” per gli amici degli amici?), ove il Gruppo Romeo, risultato vincitore della relativa “gara” per l’affidamento della manutenzione degli oltre 800 chilometri delle 599 strade della “Grande Viabilità” della Capitale, con lo strumento della Concessione, era controllore dei suoi stessi lavori. Ebbene, l’attuale giunta comunale ha provveduto, giustamente peraltro, a revocare tale appalto previa pagamento di una cospicua penale, ma le condizione delle strade sono rimaste quelle di due anni or sono se non peggiorate: Via Nazionale, una delle “vetrine” di Roma, tanto per fare un esempio, dopo soli due mesi dalla fine dei lavori alla pavimentazione durati anni, presenta già numerose buche. Ma il fiore all’occhiello delle promesse non mantenute del novello Gian “Burrasca” consiste nella proposta, portata in Consiglio Comunale l’11 febbraio, di ridurre a breve scadenza la quota di partecipazione in Acea S.p.A. del Comune dall’attuale 51 % al 30 %, come lo sciagurato art. 15 del “decreto Ronchi” n. 135/2009 prevede di attuare entro il 2015, smentendo le sue ripetute precedenti affermazioni di contrarietà in materia, fra cui l’ultima di appena due mesi fa durante la recente assise della FAO. Che urgenza c’era di dismettere tale partecipazione, considerati anche i dubbi di costituzionalità già sollevati in merito a tale famigerato art. 15? Quale sarà l’orientamento del Comune di Roma, rafforzare le alleanze con i francesi di Gas de France e Suez, detentori di circa il 10 % del pacchetto azionario di Acea, “amici” della precedente amministrazione di sinistra, oppure favorire “nuovi” soggetti meglio radicati nel territorio ma, soprattutto, nell’economia e nella finanza locale? Il Gruppo Caltagirone, con poco meno dell’8 %, e altri affaristi, buoni per tutte le stagioni e colori politici, bussano alla porta. Sembra, inoltre, che il CdA di Acea abbia proposto delle modifiche statutarie che di fatto negherebbero il diritto di rappresentanza ai piccoli soci (semplici utenti e dipendenti). Intanto mentre c’è chi gioca a “monopoli” per una ignobile commercializzazione dell’acqua sulla pelle e sulle tasche dei cittadini, perché i “privati” penseranno, come già ampiamente dimostrato altrove (es. Acqualatina S.p.A.), più al profitto che al servizio reso, quindi al rincaro delle tariffe e all’abbattimento del costo della mano d’opera, i dipendenti della più grande Azienda multiservizi d’Europa, cui va l’incondizionata solidarietà del Movimento Sociale Fiamma Tricolore, rischiano il posto di lavoro in prima persona, sacrificati sull’altare della sfida alla globalizzazione dei mercati. Non finisce di stupire con i suoi repentini trasformismi e voltafaccia l’ex monello del MSI-DN, bacchettato prima da Almirante, “cazziato” poi da Fini per le sue uscite contro Bush-padre e antiamericane in genere ai tempi della prima guerra del Golfo Persico. Del resto, entrato in parlamento nel ’94 come tanti altri miracolati, deve aver subito una profonda crisi mistica se poi ha studiato da liberal-capitalista negli USA e teorizzato, come tanti altri “gattopardi”, la “Destra possibile” in Italia. Fatto sta che Roma è, ancora una volta, ostaggio di poteri forti e clientelismi che condizionano gli orientamenti e le politiche dell’amministrazione in tutti settori, dall’economia alla socialità, come la scelta di assessori e incarichi di sottogoverno fatta non certo in base a criteri meritocratici di competenza e capacità ma, piuttosto, rispondente a logiche di lottizzazione “do ut des”. Si vuole ora trasferire tutto questo capolavoro di socialità ed efficienza alle maggiori competenze, anche economiche, della Regione Lazio, magari inserendo qualche proprio stretto familiare nel “listino bloccato” delle imminenti elezioni per porlo a riparo dal rischio preferenze? A queste condizioni NO, grazie: meglio scegliere un’altra strada… (Roberto Bevilacqua – Portavoce MS-Fiamma Tricolore)