ROMA – L’autunno caldo dell’occupazione

ROMA – L’autunno caldo dell’occupazione
Ancora non si è spenta l’eco delle clamorose proteste dei dipendenti dell’Alcoa, avvenute lo scorso 10 settembre di fronte al Ministero dello Sviluppo Economico, poi proseguite con l’occupazione simbolica del traghetto che li riportava in Sardegna e altre dimostrazioni, che già si prospetta per il lavoro un generale brusco ritorno alla realtà dopo la (breve per i più) pausa estiva, come negli ultimi anni ma stavolta aggravato dalla crisi in atto. Non ci sono solo i casi della Carbosulcis e dell’Alcoa, protagonisti dei titoli da telegiornale e carta stampata da oltre un mese: le vertenze aperte presso il MSE sono ben più di un centinaio e coinvolgono quasi 200.000 posti a rischio in tutta Italia, esuberi compresi, senza contare le questioni che riguardano piccole aziende che non arrivano nemmeno sui tavoli ministeriali ma riguardano altre migliaia di lavoratori. Tutti i settori industriali sono contagiati da questa perdita di competitività e conseguente emorragia di occupazione, solo per fare alcuni esempi, dall’automobilistico (Fiat di Termini Imerese, Pomigliano d’Arco e Mirafiori) agli elettrodomestici (Electrolux, Indesit e Merloni), dal metallurgico (Euroallumina, Alcoa e Ila) al siderurgico (Ilva e Lucchini), dai trasporti (Ansaldo Breda, Firema, Iribus, Windjet, e Meridiana Fly) al navale (Fincantieri), fino al tessile (Golden Lady/Omsa, Miroglio e Sixty), ma tale crisi riguarda anche il turismo (Alpitur e Valtur), il comparto agroalimentare e le costruzioni (calo occupazionale annuo oltre il 5%, con punte del 10% nel meridione). Sembrerebbe fin troppo semplice affermare che tale situazione è il risultato di oltre 60 anni di clientelismo, corruzione, collusione mafiosa in questa repubblica resistenziale nata dal tradimento, dalla viltà e da Piazzale Loreto (e, date le premesse, di meglio non sarebbe potuta essere), dove si è pensato più a distribuire ricchezza, sotto forma di case e posti di lavoro in cambio di voti, piuttosto che a produrla e a incentivarla quella ricchezza, investendo anche nella ricerca, nell’innovazione e nello sviluppo. In realtà occorre considerare l’effetto combinato della sfida del mercato globale che il Bel Paese e il resto d’Europa non hanno saputo affrontare adeguatamente, mettendo a punto, ad esempio, gli antidoti alle delocalizzazioni e alle invasioni dei prodotti orientali, soprattutto cinesi, quel “pericolo giallo” preconizzato da “Qualcuno” più di 70 anni fa. Per riparare ai danni e agli enormi debiti lasciati da decenni di sprechi e di corruttela a tutti livelli dai vari governi succedutisi nel tempo, Mario Monti è ricorso a una politica di tagli indiscriminati, senza discernere fra chi possiede la vera ricchezza e chi non vede la fine del mese con lo stipendio o è addirittura disoccupato, senza intaccare i privilegi delle banche, delle assicurazioni e delle cooperative rosse. Ma del resto l’attuale Presidente del Consiglio non è altro che la punta dell’iceberg rappresentato dall’insieme dei tecnocrati nostrani, d’oltre Manica e d’oltre Atlantico, che ritengono il sistema liberal-capitalista un dogma intoccabile, insuperabile e persino esportabile ovunque, anche al di fuori del mondo occidentale, dove non ne vogliono sapere, come in Sud America o nei paesi arabi. Non si può, del resto, pretendere da un uomo con incarichi direttivi nella Commissione Trilaterale e nell’esclusivissimo gruppo Bilderberg, consulente della Goldman Sachs International, l’applicazione dei principi di un’economia keynesiana in cui lo Stato sia effettivamente partecipe, principale attore e garante delle attività produttive, o della Socializzazione delle imprese che da diversi decenni andiamo suggerendo anche come soluzione agli “esuberi” o alla chiusura di tante aziende, perché andrebbe contro gli interessi dei tanti speculatori finanziari che sono in agguato come vampiri per succhiare il sangue alla preda. Eppure i dettami di J. M. Keynes hanno risollevato l’Argentina da una crisi profonda senza indebitarsi ulteriormente, mentre in Germania la partecipazione dei lavoratori alla gestione e agli utili delle medio-grandi aziende (ovvero una forma di Socializzazione) è legge rispettata dello Stato, con i risultati sotto gli occhi di tutti. Stiamo parlando di due Nazioni molto vicine culturalmente all’Italia, seppur con i dovuti distinguo: possibile che non si possa fare qualcosa di simile anche da noi? Con il vento che spira, prima o poi la concezione spirituale della vita finirà per riprendersi il maltolto dai materialismi di ogni genere, e i recenti accadimenti nel mondo islamico, pur con i loro sanguinosi eccessi, ne sono un chiaro segnale da cogliere tempestivamente.
14 settembre 2012 (Roberto Bevilacqua)