ROMA – PATTO DI STABILITÀ E MES, OVVERO GLI STRUMENTI DELLA BCE PER “COSTRUIRE” IL DEBITO PUBBLICO

PATTO DI STABILITÀ E MES, OVVERO GLI STRUMENTI DELLA BCE PER “COSTRUIRE” IL DEBITO PUBBLICO
Lo scorso 19 luglio la Camera dei Deputati ha approvato, in via definitiva, i tre disegni di legge riguardanti la ratifica dei Trattati sul Patto di stabilità (Fiscal Compact) e sul Meccanismo Europeo di Stabilità (acronimo inglese ESM ovvero Fondo Salva-Stati), a larga maggioranza senza batter ciglio, facendo trapelare la notizia in sordina tramite i mass media. In particolare, la ratificata decisione del Consiglio Europeo del 24-25 marzo 2011 prevede l’inserimento, all’art. 136 del Trattato sul funzionamento dell’UE (TFUE), del seguente paragrafo: “Gli Stati membri la cui moneta è l’euro possono istituire un meccanismo di stabilità da attivare ove indispensabile per salvaguardare la stabilità della zona euro nel suo insieme. La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità.” Risultano, insomma, tutti allineati, governo, parlamentari, editori, giornalisti e ruffiani vari nel condannare l’Italia a essere indebitata fino allo scadere dei secoli. Considerando, infatti, che attualmente il debito pubblico del Bel Paese ammonta a circa 1940 miliardi di euro (oltre 32.000 euro pro capite) pari al 123,3 % del Pil (secondo solo al 132,4 % della Grecia), l’impegno di ridurlo fino al 60 % significa che lo Stato italiano dovrà trovare 50 miliardi all’anno per i prossimi 20 anni per ripianare il debito medesimo, cosa che si tradurrà, necessariamente, in ulteriori tagli alla spesa pubblica, a partire dalle già disastrate sanità e istruzione pubbliche, nonché in nuove tasse, quindi compressione dei consumi e nuova recessione. Nonostante ciò l’Italia deve versare entro quindici giorni dalla data di entrata in vigore del Trattato sul MES la prima delle 5 rate annuali di circa 2,9 miliardi di euro, ma con l’impegno di ulteriori successivi esborsi “eventuali a chiamata”, fino alla concorrenza della quota complessiva di 125 miliardi (dove li prendiamo?), per contribuire a costituire, appunto, il Fondo Salva-Stati avente un capitale sottoscritto totale di 700 miliardi: un meccanismo, questo dell’esborso “eventuale”, piuttosto subdolo e ipocrita. Eppure anche se Draghi e Barroso in testa, come anche la Merkel e altri, rassicurano che “l’euro è irreversibile”, Monti, dal canto suo, invita a “puntare sull’economia reale”, in realtà i segnali della stessa economia non sono per niente rassicuranti e fra recessione sempre più depressa, riduzione delle esportazioni, PIL in calo e debito pubblico crescente in tutta la UE (non solo nell’area euro), con la conseguenza di fabbriche e aziende che chiudono i battenti, lasciando in mezzo alla strada milioni di disoccupati e giovani senza futuro, la crisi causata dall’euro sembra inarrestabile. Questo sistema in cui la moneta di valore creato virtualmente dal nulla, senza riscontro di una effettiva richiesta, è proprietà di istituti privati tramite le banche centrali dei vari Stati e quindi tramite la BCE (Banca Centrale Europea) che sola può emettere l’euro e non lo fa, pur in carenza di liquidità monetaria che tanti problemi sta comportando, certamente non può andare molto lontano. Il perché di questa riluttanza all’emissione è nelle parole di Mario Draghi, Governatore della stessa BCE “Il nostro mandato non è di risolvere i problemi finanziari degli Stati, ma di garantire la stabilità dei prezzi e mantenere la stabilità del sistema finanziario in autonomia”, ergo, non sono i Governi centrali a imporre alla BCE la propria politica finanziaria, bensì è esattamente il contrario. Ne è una riprova il fatto che sono state prescritte condizioni disumane agli Stati (Grecia in testa, ma non solo) per poter usufruire del credito e (provare a) ripianare il debito pubblico. Insomma la BCE non si preoccupa dei problemi economici e sociali dei singoli Stati, ma delle banche e istituti collegati sì, pretendendo un consistente intervento statale, con i soldi dei contribuenti italiani ed europei, quando le quotazioni di quelle società crollano in borsa. Infatti la BCE sostiene costi tipografici di 3 centesimi per qualsiasi banconota emessa, da 5 o 500 euro senza differenza, vendendola alle banche private (che partecipano al pacchetto azionario della stessa BCE, come già detto, tramite le banche centrali dei vari Stati…) e incassando l’1% del suo valore nominale quale interesse. A loro volta le banche rivendono la cartamoneta allo Stato a un tasso d’interesse ovviamente superiore in cambio di titoli di debito, quali i diversi tipi di buoni emessi dal Tesoro. Mediante questo perverso meccanismo viene “costruito” il debito pubblico che poi lo Stato replica tramite tasse e imposte verso i cittadini: pertanto quella che dovrebbe essere una sovranità monetaria popolare, e quindi una fonte di ricchezza per tutta la comunità, in realtà è ora trasformata in un gravoso debito. Infatti tutto il contante cartaceo circolante è gravato da interessi di signoraggio incassati dalle banche e, di conseguenza, da tasse che incombono sulle spalle dei contribuenti. Il problema di fondo è che la BCE, pur svolgendo un compito pubblico di fondamentale importanza, è una società per azioni di diritto privato con la più completa discrezionalità decisionale, controllata di fatto da banche private anche di Paesi fuori dall’area euro o addirittura extra-europei (ad es. Bank of England e Goldman Sachs). Gli accordi irreversibili recentemente sottoscritti dal Governo italiano sull’asse Brussels-Francoforte e ratificati dal Parlamento non hanno fatto altro che rafforzare le prerogative e lo strapotere di quei poteri forti di cui la BCE è solo una delle espressioni. Il lavoro, per chi lo manterrà, sarà finalizzato essenzialmente a guadagnare quel che serve a pagare, tramite tasse e imposte sempre più asfissianti, i debiti accumulati per le scelte disgraziate e complici di altri, senza alcun miglioramento dei servizi resi dallo Stato e della qualità della vita. Il salvataggio dell’euro, così come è, costerebbe salatissimo a tutti i comuni mortali europei: il ripristino della sovranità popolare della moneta, a livello europeo o nazionale, sarà prima o poi un passaggio obbligatorio per liberarsi dall’usura legalizzata del signoraggio privato, anche in considerazione delle crescenti tensioni sociali che stanno coinvolgendo tutte le categorie del settore pubblico come di quello privato.

23 luglio 2012

Roberto Bevilacqua