ROMA – Questa politica “un senso non ce l’ha”…

ROMA – Questa politica “un senso non ce l’ha”
Il teatrino della politica italiana, dopo lunga e indecente gestazione, sembra aver partorito la data delle votazioni per il rinnovo dei Consigli regionali scioltisi in Lazio, Lombardia e Molise per scandali vari o pasticci elettorali. Infatti, in un comunicato del Quirinale, diffuso al termine dell’incontro svoltosi lo scorso 16 novembre tra il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, il Presidente del Consiglio, Mario Monti, e i Presidenti di Camera e Senato, è stata ritenuta appropriata e opportuna la contemporaneità delle elezioni nelle suddette tre regioni il 10 e 11 marzo 2013. Ma per l’“election day”, in altre parole l’accorpamento con le elezioni politiche e comunali, ci sono diverse riserve, in particolare, aspettare le approvazioni della legge di stabilità, quella di bilancio per il 2013 e, soprattutto pervenire alla riforma della legge elettorale con “regole più soddisfacenti per lo svolgimento della competizione politica e a garanzia della stabilità di governo” con riferimento alle “aspettative dei cittadini per un loro effettivo coinvolgimento nella scelta degli eletti in Parlamento”. In primo luogo, sinceramente non si comprende come l’attuale menefreghista classe politica, sempre pronta a levare gli scudi in difesa dei propri interessi di parte, come appunto le stucchevoli discussioni, persistenti ormai da diversi anni, sulla riduzione dei privilegi ai parlamentari e sulla modifica della legge per l’elezione di Camera e Senato dimostrano, possa giungere a un effettivo coinvolgimento dei cittadini nella scelta degli eletti in Parlamento. Il sistema, infatti, è marcio fin dalle radici perché, preferenze sì o no, sbarramenti sì o no, saranno sempre e comunque le segreterie dei partiti a stilare le liste dei candidati, scelti in un’ampia rosa di “politici di professione” che spesso non saprebbero fare altro nella vita se non gabbare gli ormai non più tanto ignari elettori con fiumi di parole spese al vento. Il “politico di professione” non ha senso di persistere oltre, ma per arrivare alla meta occorrerebbe una profonda riforma costituzionale, questo è il problema fondamentale, che consenta un’effettiva partecipazione delle categorie produttive e lavoratrici alle assemblee istituzionali. D’altro canto lo Stato, anche in virtù della Legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione), ha concesso un alto livello di autonomia normativa e regolamentare alle regioni, rinunciando, oltretutto, alla prerogativa di poter commissariare tali enti che pur ne avrebbero bisogno, e per un lasso di tempo anche di un anno o più, visti gli antefatti che hanno portato a questa situazione. Invece si deve correre nuovamente alle urne, almeno due anni prima della scadenza naturale, con grande gioia dei consiglieri regionali uscenti che, pur nel contesto dimissionario, vedono prorogare i loro generosi emolumenti fino alla data delle votazioni, e ovviamente dei candidati che potranno presentarsi agli elettori come salvatori della Patria. Occorrono, insomma, il coraggio e la volontà di cambiare radicalmente registro e mettere mano a una Costituzione ormai ampiamente datata e che comprende, fra l’altro, ancora “Disposizioni transitorie” imposte dai “liberatori” e in vigore da quasi 65 anni. In una Nazione seria che si rispetti tutto questo non accadrebbe; ecco perché, parafrasando Vasco Rossi, questa politica “anche se tante cose un senso non ce l’ha”.
19 novembre 2012 (Roberto Bevilacqua)