ROMA – SICUREZZA, RONDE INUTILI: IL PROBLEMA VA AFFRONTATO ALLE RADICI

Fra immigrazione clandestina, sfruttamento del lavoro nero, degrado urbano, dissoluzione etica e dei valori umani, le ronde di volontari sono un provvedimento inutile introdotto dal decreto legge sulla sicurezza (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale lo scorso 25 febbraio). Inutile pure che ora il ministro Maroni rimarchi che non si tratta di fare giustizia “fai da te”, ma volontariato che possa aiutare le forze dell’ordine con associazioni di ex carabinieri ed ex poliziotti o altre persone appositamente addestrate: le interpretazioni di tale dispositivo legislativo saranno diverse a centinaia, secondo i punti di vista dei locali Prefetti o Amministrazioni comunali. E poi nessuna legge vietava fino all’altro ieri di telefonare gratuitamente al 112 o al 113 per segnalare situazioni gravi o di potenziale pericolo. Il fatto è che i tagli al capitolo “Difesa e sicurezza” nella recente legge Finanziaria non mettono le Forze dell’Ordine in condizioni di operare decentemente e tempestivamente per gli scopi cui sono preposte: a volte le “volanti” rimangono ferme nei commissariati perchè hanno già raggiunto il limite mensile di percorrenza chilometrica assegnato oppure, in casi estremi ma non tanto rari, manca addirittura la benzina. Questo senza parlare delle inefficienze e delle carenze croniche dell’anacronistica macchina giudiziaria. Inoltre, se si analizza anzichè la mera repressione dei reati di cosiddetta microcriminalità la loro prevenzione, si apre un capitolo infinito di inadempienze e ritardi, se non di vere e proprie collusioni. Anche nel resto d’Europa vi sono, infatti, problemi legati all’immigrazione, ma non esistono le miriadi di baraccopoli e “roulottopoli” che fanno dell’Italia, in tale contesto, il fanalino di coda del vecchio continente: oltralpe si mira, in via prioritaria, al rispetto delle leggi e delle regole vigenti (comprese le contribuzioni fiscali, previdenziali e sanitarie), all’integrazione nel contesto sociale delle varie comunità nazionali, in un equilibrio di diritti-doveri che riducono al minimo i casi di espulsione (comunque severa ed effettiva). Per fare un esempio, qualche giorno fa a Roma, un marocchino di 42 anni, titolare di un minimarket, è stato denunciato dai Carabinieri per favoreggiamento dell’immigrazione e impiego di manodopera clandestina: per un posto letto (non per una stanza!) il nordafricano faceva pagare 400 euro a ogni connazionale che ospitava nell’abitazione e che poi impiegava, ovviamente in nero, nella sua attività, finchè tre magrebini si sono rumorosamente ribellati all’evidente vessazione. Probabile che, anche in questo caso, chi doveva e poteva effettuare tempestivamente i necessari controlli non è stato messo in condizioni di farlo, complici pure omertà e possibili omissioni di comunicazione da parte degli organi preposti dell’amministrazione pubblica. Insomma l’approccio del problema deve aggredire il male alle radici e non limitarsi alla sola tardiva (e inadeguata) repressione.

27 febbraio 2009 (Roberto Bevilacqua)