“SANGUE PAZZO” E LA STORIA TRAVISATA – CINEMA E PASSATO ALL’INIZIO DEL SECONDO MILLENNIO

Già in altre occasioni c’eravamo occupati di quel filone del cinema nostrano che, guardando ai fatti del passato, ha tentato di “interpretarlo” alla luce del “nuovo” atteggiamento politico sorto sulle ceneri del sistema partitocratico della Prima Repubblica italiana. Caduto il muro di gomma dell’antifascismo di Stato di ciellenistica memoria, si sono aperti spazi interpretativi del nostro recente passato fino a qualche anno fa impensabili. Il lungometraggio sulle foibe – che tanti ingenui applausi ha suscitato tra i “mezzo-colonnelli” della destra di Governo – e altre piccole “attenzioni” al tragico ed eroico periodo della Seconda Guerra Mondiale, sono il frutto di questo nuovo “vento”. Un “vento” che, lontano da nuove interpretazioni, ha solo riproposto in chiave “democratica” la stessa pastoia di disinformazione storica a cui siamo abituati da quasi settant’anni. Proprio per questo, non abbiamo voluto commentare le “Serie TV” ambientate durante il Regime o la RSI, come abbiamo sorvolato di interessarci ai lungometraggi come Vincere di Marco Bellocchio – che passerà alla storia per la splendida “pelliccia” inguinale esibita dalla bellissima Giovanna Mezzogiorno – o come Il Sangue dei Vinti di Michele Soavi, un buon romanzo televisivo, lontano anni luce dal giornalistico – ma reale – libro di Pansa, che ha avuto la funzione di trasmettere un messaggio qualunquistico: non solo i fascisti della RSI erano dei criminali, anche i partigiani lo erano. Per questo, chi non si schierò, chi rimase in casa ad aspettare gli eventi – o i “liberatori” che dir si voglia – chi assistette impassibile alla tragedia che seppellì l’Italia, ebbene costoro – in fin dei conti – erano coloro che avevano fatto la “non-scelta” giusta. Ci avevano visto lungo. E, in democrazia, si sa, il proprio tornaconto personale è quello che vale… Per fortuna italica, un non-democratico come Dante pensò bene di giudicare gli ignavi per quello che sono. In una piovosa serata di gennaio, abbiamo avuto la malaugurata sorte di vedere Sangue Pazzo di Marco Tullio Giordana, un lungometraggio finanziato – tra gli altri – dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali con 1.400.000 Euri… Sangue Pazzo dovrebbe raccontare la storia di Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, i due attori fucilati dai partigiani il 30 aprile 1945, a Milano, per odio politico. Un lavoro che ha destato qualche malumore a sinistra, i cui “gendarmi” non hanno compreso come mai il “compagno” Giordana si sia interessato di quei due “fascisti”, semplici “balordi”, “giustiziati” dagli eroici partigiani. Che bisogno c’era di ricordare le fucilazioni delle “radiose giornate”? Comunque sia, il fatto che nessun consulente storico è stato chiamato a “sorreggere” scientificamente questo lungometraggio, la dice lunga sull’intera storia propinataci da Giordana. In questa sede non vogliamo criticare Sangue pazzo dal punto di vista del “prodotto finale” – non siamo esperti di cinema e non ci interessa farlo – anche se la dozzina di analessi che spezzano grossolanamente il racconto pregiudicano tutto il lavoro. Quello su cui vogliamo far riflettere è come la vita di Osvaldo Valenti e Luisa Ferida è stata presentata e quanta “fantasia” è stata ab-usata per intrecciare una storia che di storico ha solo i corpi sventrati dai mitra partigiani dei due attori. Un lungometraggio di fantasia, un “romanzo” verrebbe da dire. Ma no, non siamo tipi del genere. “Romanzo di fantasia” è stato bollato dagli antifascisti il lavoro di Pansa. Noi vogliamo invece sapere perché sono stati inventati personaggi – di primo piano – che con la storia, quella vera, non c’entrano nulla. E’ pur vero che per trovare antifascisti nel Ventennio bisognava inventarli. E Tullio Giordana lo fa, con stile sessantottino. Ed ecco il “bel” Golfiero: regista antifascista, naturalmente con tendenze omo-progressiste; Conte “illuminato” cui il Regime, chissà perché, non finanzia i progetti; che finisce – nessuno sa perché – al confino; che, immancabilmente, diventa partigiano e del quale – grossolanamente – si innamora la Ferida! Nulla di tutto ciò è vero. Ma che importa? La Resistenza non è, prima di tutto, un mito? Valenti è presentato come un uomo degradato, un cocainomane perso, un giullare di corte. Nulla più. La Ferida come un’ingenua illusa d’amore, che si degrada progressivamente più si va avanti con la storiella. Ma dove ci si sbizzarrisce è, naturalmente, nell’ambito sessuale, una costante di tutto il lungometraggio: il sesso pervertito, di stile pasoliniano si direbbe! Le scene dell’“impacco” vaginale di cocaina e quelle della Ferida che si diletta in un rapporto lesbo con l’amante di Pietro Koch per procurare morfina a Valenti, lasciano davvero di stucco. Fino a tanto si doveva scendere? Scene che ricordano più la modernità che quel lontano passato. Scene che sembrano tratte dalle vite dei politici attuali, quelli democratici per intenderci, non dalle vite di personaggi del Ventennio. Sembra un mondo popolato da maniaci sessuali, con il Direttore generale della cinematografia del Regime che, secondo il copione, s’innamora della Ferida e fa registrare gli amplessi della “regina del cinema”, manco fossimo nella DDR! Vogliamo parlare di Valenti che, sempre secondo Giordana, avrebbe accettato di visitare i feriti militari della RSI solamente per sottrarre loro la morfina di cui avevano bisogno? Che personaggio è questo? Il “male assoluto” finiano, certamente. Non poteva mancare Pietro Koch, dipinto come un impotente schizzofrenico, libidinoso, che entra nella storia assassinando con freddezza folle un infermiere che spacciava in privato – senza rendergli conto – della morfina. Tutto falso, ma verosimile e ciò basta. “Dilettevoli” le critiche al cinema della RSI – da che pulpito viene la predica! – e le lodi all’opera dell’ex-regista del Regime Rossellini, poi virtuoso antifascista, per il suo Roma città aperta – questo sì, lungometraggio di propaganda! – che uscì, però, nel settembre 1945 ed ebbe scarsissimo successo, fin quando non fu pompato dagli agit-prop comunisti per mere esigenze politiche: soffiare sull’odio, speculare sui morti. Immancabile la scena dell’uccisione da parte delle Brigate Nere di alcuni civili, tra cui una giovane promessa sposa cui viene rubata – naturalmente – la collanina. Una scena del tutto decontestualizzata dalla storia, che ha solo il fine di indicare, ancora una volta, il “male assoluto”. Perché vengono assassinati quei civili? Nessuno lo sa, ma non importa. I fascisti uccidevano per uccidere, senza un motivo. Una scena che serve. Serve a far vedere l’eroismo di due partigiani che, solitari ma indomiti, intervengono eroicamente uccidendo tutti i brigatisti neri. Chissà perché nella storia della Resistenza scene del genere non si sono mai verificate. Ma non importa tutto ciò. Ciò che importa, ancora una volta, è il messaggio. Che cosa dire di Valenti che, una volta consegnatosi ai ribelli, collabora con essi? Non vogliamo qui fare la vera storia di Valenti e Ferida. Sappiano i denigratori che entrambi aderirono alla RSI con convinzione di fare il bene della Patria. Sarebbe bastato leggere il fascicolo di Luigi Cazzadori, Osvaldo Valenti e Luisa Ferida. Gloria, processo e morte dei due divi dal Fascismo alla RSI (NovAntico Editrice, 1998) per avere un’altra considerazione dei due sventurati attori italiani. Per scrivere tutt’altra storia. Dove la diffamazione non avrebbe avuto posto. Vogliamo, in questa sede, ricordare le parole del Comandante partigiano Giuseppe Marozin, alla cui banda Valenti e Ferida si consegnarono consapevoli che nulla poteva essere loro imputato. Il responsabile dell’esecuzione della Ferida dichiarò, nel corso del procedimento penale a suo carico per quell’episodio: «La Ferida non aveva fatto niente, veramente niente». Marozin affermò anche in sede processuale che il futuro Presidente della Repubblica Italiana Sandro Pertini aveva avuto pesanti responsabilità morali nell’uccisione della Ferida e di Valenti: «Quel giorno – 30 aprile 1945 – Pertini mi telefonò tre volte dicendomi: “Fucilali, e non perdere tempo!”». Tanto vi sarebbe ancora da approfondire. Quelli dei due attori furono solo due delle centinaia e centinaia di corpi che transitarono, in quei giorni di maggio, per l’obitorio di Milano. Vittime di una barbara follia politica. Di un’orgia di sangue senza precedenti nella storia d’Italia. Di una vergogna, questa sì “assoluta”. Di fronte alla miscela di sesso e cocaina propinataci dal cinema – degna, ripetiamo, più di un lungometraggio sui politici attuali – il sacrificio di Valenti e Ferida si erge come un monumento sulle macerie morali degli uomini. I due attori italiani andarono incontro alla morte “a causa della loro natura romantica” e Valenti – come disse il Comandante Marozin, che di morti se ne intendeva – morì «da coraggioso», riscattando con l’esempio di una scelta le debolezze borghesi. Un lungometraggio su Valenti e su Ferida deve essere ancora fatto. E sarà fatto. Avrà per titolo, caro Giordana, Per l’onore d’Italia!

Pietro Cappellari Ricercatore Fondazione RSI – Istituto Storico (Terranuova Bracciolini) Membro del Comitato scientifico del Centro Studi Militari della RSI (Latina)