SIRIA – CAMBIA SCENARIO, MA LA PREPOTENZA CONTINUA

Mentre l’opinione pubblica italiana in questa calda estate è distratta dallo “spread” (ma perche questa moda di abusare nelle terminologie anglo-sassoni? Non si potrebbe dire “differenziale”?) e dalle Olimpiadi londinesi, ai più forse sfuggono non secondarie sfumature di quanto sta accadendo in Siria, porta d’Oriente sul Mediterraneo. Di qualche giorno fa è la notizia che il Presidente degli USA Barak Obama ha preferito un “momentaneo” accantonamento degli “sforzi” per una soluzione diplomatica del conflitto in atto a Damasco, Aleppo e dintorni. Non è dato sapere quanto “momentanea” sia questa decisione, in altre parole sia definitiva, considerando i precedenti per “(es)portare democrazia” in Libia, per non parlare della Serbia, dell’Afghanistan e dell’Iraq. A conferma di ciò è il fatto che lo stesso Obama sta incrementando l’appoggio ai ribelli (che già era in essere da tempo, interferendo così negli affari interni di un paese sovrano in violazione della Carta dell’Onu) e l’impegno per mettere insieme un’alleanza di paesi consenzienti nel rovesciare con la forza il legittimo governo del Presidente Bashar al-Assad. Pertanto, l’informazione “politicamente corretta” delle principali testate giornalistiche americane, europee nonché italiane vuol farci credere che, fino ad ora, le amministrazioni occidentali, USA e UK in testa, si erano preoccupate e prodigate per una soluzione diplomatica della vicenda siriana, mentre in realtà si è sempre trattato e si tratta di un progetto per abbattere con la forza il governo, legittimamente al potere ma “non allineato”, di quel “crudele tiranno” di Bashar. Va da se che l’amministrazione Obama mira a coinvolgere nella coalizione per spodestare l’attuale regime al potere in Siria, anche se con i dovuti ovvi distinguo, la Turchia e Israele, storici alleati degli americani, con mansioni di colpire con incursioni aeree obiettivi militari strategici. Intanto i servizi segreti inglesi, americani e francesi, svolgono, egregiamente come al solito, il lavoro sotterraneo per preparare il terreno allo scontro in campo aperto: non può essere un caso la relativa facilità con cui, tramite diversi attentati dinamitardi, vengono eliminati ministri e principali collaboratori di Assad, in zone sotto lo stretto controllo delle forze di sicurezza siriane. Lo scacchiere dello scenario si va così completando: mentre gli israeliani si “limiteranno” ai bombardamenti aerei, per evitare contatti diretti non molto graditi alla popolazione locale, gli “occidentali” Turchia, Qatar e Arabia Saudita forniranno armi alle forze ribelli, mentre gli USA si occuperanno di un ruolo apparentemente di secondo piano tramite appoggi logistici nelle comunicazioni e formazione tecnica, tanto per fare in modo che se la vedano fra autoctoni, anche se di una miriade di differenti etnie e religioni (non solo arabi, ma anche aramei, curdi, armeni e circassi; musulmani, cattolici e ortodossi, solo per citare le comunità più numerose) finora convissute su delicati equilibri. In tempi di crisi, con lo spettro della recessione, petrolio e materie prime fanno gola a molti e se, vuoi direttamente, vuoi per la posizione geopolitica, sono in mano a “stati canaglia”, che potrebbero distorcerne il mercato, così come pianificato dai poteri forti dell’economia e della finanza, poco importa se non si trovano i mezzi di distruzione di massa o le prove di presunti genocidi come pretesto per accantonare la diplomazia e fare spazio a missili e bombe. Proprio la strategia di fare leva su quei precari equilibri etnici e religiosi per aumentare la conflittualità interna, l’entropia del sistema e rendere la situazione incontrollabile dal potere centrale, appare studiata a tavolino e troppo già vista in altri frangenti similari, anche se affinata e corretta, perché nessuno se accorga. Forse non è un caso l’ostracismo su tale operazione di Cina e Russia, in grado da sole di bloccare, quali membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU, qualsiasi risoluzione in proposito, anche se siamo ormai abituati ad assistere (spesso, purtroppo, anche a partecipare come nazione aderente) a deliberate aggressioni NATO a stati sovrani, senza autorizzazione dell’ONU medesima. Non è dato sapere se il disegno scientemente architettato per mettere le mani e controllare un Paese come la Siria, passaggio più diretto dal Golfo Persico al Mar Mediterraneo, andrà a buon fine ed esattamente come prestabilito. Di certo, un volta destituito (e magari anche assassinato) Bashar, è probabile il seguito di un periodo d’instabilità e lotte intestine, come già osservato un po’ in tutti gli stati contaminati dalla “primavera araba”. Almeno questa volta, i pacifisti ci risparmino l’ipocrisia.

30 luglio 2012 – Roberto Bevilacqua