TORINO – FIAT IN SERBIA, MIRAFIORI ADDIO

TORINO – Fiat in Serbia, Mirafiori addio – L’Amministratore Delegato della Fiat, Sergio Marchionne, ha annunciato da Detroit, oltre oceano, di spostare parte significativa della produzione auto in Serbia, precisamente nello stabilimento di Kragijevac, dove i salari degli operai si aggirano intorno ai 400 €/mese. Dopo la ventilata chiusura di Termini Imprese, il referendum “forzato” a Pomigliano d’Arco per non chiudere e produrre lì la “Panda” anziché in Polonia, dopo lo scorporo del Lingotto nelle due divisioni Fiat e Fiat Auto, accolto positivamente dalla Borsa italiana anche se le agenzie internazionali di “ratings” parlano apertamente di declassamento, avendo dubbi sul debito del gruppo aziendale, una nuova tegola cade sul progetto “Fabbrica Italia”, caldeggiato dal Ministro del Welfare e del Lavoro, Maurizio Sacconi, inerente gli investimenti in Italia accompagnati da un’”agibilità” degli impianti secondo il modello già concordato proprio a Pomigliano. La delocalizzazione della produzione della nuova monovolume “L0” in Serbia avrebbe effetti devastanti non solo per l’occupazione garantita finora dallo stabilimento torinese di Mirafiori a rischio di chiusura, ma anche per quello che attiene al consistente indotto. Dalle parti sociali e dall’opposizione giungono accuse di non aver aperto un tavolo coerente su ciò che attiene alla Fiat e al suo indotto, anziché risolvere il problema con una battuta ripresa dalle agenzie di stampa dall’altra parte del mondo, mentre il Sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, e il Governatore piemontese, il leghista Roberto Cota, hanno bocciato decisamente il “piano Serbia”; quest’ultimo ha inoltre evidenziato che l’AD dell’Azienda, in un incontro pubblico, si era impegnato ad aumentare i livelli dell’occupazione nella Regione. Perplessità vengono espresse persino dal Presidente di Confindustria, Emma Marcegalia, circa l’elevato livello di conflittualità indotto dai modi non ortodossi di Marchionne che, fra l’altro, ha accusato i sindacati italiani di essere poco seri. Certamente la sfida spietata della globalizzazione dei mercati impone scelte drastiche e impopolari, di sacrificare la qualità alla quantità con un conseguente abbattimento del rapporto qualità/prezzo per aumentare gli utili, e queste cose Marchionne le sa bene; ma nell’analizzare i costi di produzione ha mai pensato di revisionare i compensi dei suoi dirigenti e consulenti? La Fiat, dal canto suo, dovrebbe precisare una volta per tutte il numero e i nuovi modelli delle autovetture che intende produrre negli stabilimenti italiani. Quanto alla “straordinaria opposizione” promessa dalla Lega circa il “piano Serbia”, resta da vedere se, dopo aver invocato la “chiamata alle armi”, saprà far valere il suo ruolo di governo e se l’esecutivo medesimo si renderà conto della gravità della situazione. Intanto negli stabilimenti del Lingotto rischia di scatenarsi un guerra fra poveri, con accuse reciproche: ritmi molto duri a causa di gente che non lavora in certe linee, e coloro che lavorano lo fanno per due; gli operai di Pomigliano d’Arco sono stati accusati addirittura di essere i colpevoli delle decisioni dell’amministratore delegato della Fiat, compresa l’annunciata produzione della nuova monovolume in Serbia anziché a Mirafiori, dopo l’esito del referendum fra i lavoratori dello stabilimento campano favorevole alla proposta aziendale che prevede, fra l’altro, turni più serrati e limitazione di assenze e permessi. C’era una volta la socializzazione, utile soprattutto a responsabilizzare i dipendenti, ma negli ambienti industriali, e non solo, appare come un tasto da non smuovere. Nell’attesa che chi di dovere si accorga che socializzare l’azienda è l’unica via di uscita in certi casi, si potrebbe intanto applicare un sistema rigoroso di dazi per le importazioni da quei paesi extra UE non in grado di garantire trattamenti economici, normativi e garanzie sociali in linea, per esempio, con un protocollo d’intesa internazionale su indicatori standard da porre in relazione al costo della vita e al livello sociale dei diversi stati. Una tale opportunità va però verificata con le intenzioni e le volontà esistenti a Brussels e altrove: se le leggi spietate del libero mercato continuassero ad essere applicate dogmaticamente calpestando la dignità e i diritti umani di chiunque, ci si sentirebbe autorizzati nel ritenere che gli “esportatori di democrazia e libertà”, per massimizzare i propri profitti, esportino soprattutto, sfruttamento, lavoro nero e minorile.

23 luglio 2010 (Roberto Bevilacqua)

www.robertobevilacqua.it