VERONA – SOCIALIZZAZIONE NON ELEMOSINA!

È di qualche giorno fa la notizia dell’interessante iniziativa del Consigliere regionale del PD, Franco Bonfante, che ha presentato una proposta di legge (licenziata dalla Commissione Lavoro del Consiglio regionale) per favorire la partecipazione dei lavoratori alla proprietà e agli utili d’impresa. Il Veneto avrebbe così l’occasione, prima regione in Italia, per avviare un modello d’impresa già presente da tempo in Francia, Inghilterra e Germania. La notizia, letta così, non può che essere recepita positivamente: chi non lo farebbe coi tempi di crisi (ma è davvero crisi del capitalismo oppure ingiustizia sociale e iniquità economica sono la caratteristica prima del sistema stesso?) che stiamo attraversando! Occorre però sgomberare il campo dagli equivoci, giusto per non prendere lucciole per lanterne, specialmente nel nostro ambito ove la conoscenza e le posizioni in materia dovrebbero essere chiare. Stiamo parlando di una iniziativa sicuramente dettata dalle migliori intenzioni, ma altra cosa è la socializzazione rispetto alla “partecipazione agli utili”; quest’ultima rientra a buon titolo nelle opzioni riformiste nell’ottica di un “capitalismo illuminato” (distribuzione dei dividendi, fidelizzazione degli operai…leggasi paternalismo), sul modello di quello renano e si configura quindi, al pari delle altre manovre di solidarietà (“bonus”, provvedimenti di sostegno al reddito, concessioni e agevolazioni fiscali, etc.) come la solita elemosina concessa al popolo in nome del mantenimento della cosiddetta “pace sociale” (il “buon”, si fa per dire, Zbigniew Brzezinsky lo chiamerebbe “tittytainment”, un neologismo per indicare il senso di sedazione del poppante che si   nutre al seno materno). La visione del mondo non muta; si rimane nell’ottica del sistema liberalcapitalista di mercato e si offuscano, magari inconsapevolmente, le responsabilità e le colpe di una gestione predatoria della res-publica (attendiamo i frutti avvelenati della Legge Ronchi…) da cui, a ben vedere, non si ha assolutamente alcuna intenzione di uscire. L’effetto è quello del fumo negli occhi, ma il problema, alla radice, resta. Si ricalca sempre lo schema adottato dalla “mitica” economia di mercato, quella dell’“homo economicus” concepito come tubo digerente, esofago antropomorfo. L’unica risposta, la più umana, la più alta, al sistema liberalcapitalista è la socializzazione delle (grandi) imprese, che dovrà procedere di pari passo con la nazionalizzazione dei settori strategici e la sovranità monetaria (con la proprietà popolare della moneta). Socializzazione che, senza entrare nello specifico della legge della R.S.I. (che andrebbe probabilmente rivista e aggiornata), trova il suo punto focale non tanto nella partecipazione agli utili, quanto nella responsabilizzazione dei lavoratori e nella rivalutazione del lavoro; una partecipazione dei lavoratori alla responsabilità e alla gestione dell’impresa in una logica di socialismo attivo e pragmatico che supera le barriere di classe e riporta il lavoro al livello del capitale. Tra l’altro la socializzazione, nel rendere merito e compenso a chi lavora, sfuggirebbe alla trappola dell’assistenzialismo. Con la socializzazione si dovrebbe tornare a ragionare sull’edificazione di un’intera società nazionale fondata sul protagonismo del lavoro, sulla sua autonomia come soggetto politico che prende parte al circuito legislativo e gode per legge dello Stato di una reale cointeressenza nell’utile produttivo, di forte solidarismo popolare che non ammetta condizionamenti economici nelle scelte politiche di fondo. Lo Stato oggi avrebbe un immenso bisogno della socializzazione. Ma per ragionare in tal senso servirebbe una ricomposizione del quadro nazionale, legata ad una percezione di comune destino e di organicità sociale e una politica recuperata al suo ruolo…tempi ancora troppo di là da venire, spopolano, purtroppo, i “camerieri dei banchieri”… Lavoriamo per mandarli a casa!

(Luca Zampini – Segretario Federale MS-Fiamma Tricolore)